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1 agosto 2010
Giulio Anselmi, l'Indipendente

Giulio Anselmi è diventato direttore del La Stampa nel luglio del 2005. Un tipo bassotto, espressione statica. In televisione, quando va da Bruno Vespa, inquadrato seduto sulla sua poltrona, mezzo busto, sembra Leonida Breznev alla sfilata del 1° Maggio a Mosca. Sguardo immobile, nessun batter di ciglia, zero sorriso, la bocca si muove per parlare lasciando intatti i muscoli facciali. Quando è entrato per la prima volta in redazione indossava un vestito estivo color crema cioccolato. Brutto, davvero. Eppure pensi che ha diretto giornali a Roma e Milano, condirettore del Corriere della Sera. Ma lì evidentemente non lo vestivano. Così, per un po’ di mesi se ne andato in giro vestito come un bancario a fine carriera. Questo bassotto con i tre bottoni della giacca chiusi. Gli guardi le scarpe e pensi, avrà almeno delle Church, no, mocassini qualunque, anche un po’ piegati nella tomaia. Le suole consumate, come i vecchi cronisti.Di diverso dalla maggior parte della gente è che anche quando te lo trovi di fronte di persona è così. Breznev, un più piccolo però. Forse erano parenti. Anselmi è Breznev anche nello spirito, sembra un sovietico puro e duro. Ma di questo non sono tanto sicuro. Ho conosciuto il primo, non il secondo. Però me lo sono costruito così. Duro è duro, su questo non ci piove. Le riunioni del mattino con capi e capetti e vice capini, sono una tragedia. Anselmi non è avvezzo ai giri di parole. Da quando è arrivato al giornale non sono pochi quelli che sono fuggiti. Chi in pensione, chi altrove. Se in una piccola parte di te c’è uno spazio dedicato all’anima (s’intende buona) con Giulio Breznev sei spacciato. Ti martella, di ammazza (lo spirito fino ad oggi, domani boh), ti mette in ginocchio. Dalle riunioni sono usciti piangenti più di un capo, di un inviato, di un notista. Poi vanno a casa e fanno a botte con i figli. O salgono al secondo piano del giornale al bar del leggendario Enzo, e si ingollano una bottiglia di amaro Averna.</p><p>Quando ha letto il discorso d’insediamento all’assemblea dei giornalisti Anselmi ha detto: “Dicono che sono a volte intrattatabile, non è così, so perdonare gli errori, è che non sopporto la sciatteria”. Da lì in poi, giù con la spada. Sciatteria è tutto. Articoli, titoli, fotografie. Anselmi pesta anche su una virgola. Si barcamena bene Anselmi, anche nella fitta e impenetrabile trama dei rapporti con la Fiat. Mostra però una leggera crepa, forte e indipendente di fronte a tutti, piegato a novanta gradi (perchè non saprei immaginarmelo a 180°) come tutti gli altri. Alla Stampa indipendenza e direzione non si sono mai conciliate. Già cent’anni fa.L’indipendenza di Anselmi deve essere andata così. A fine del 2005 Lapo Elkann, il nipote dell’Avvocato, viene trovato semi morto in casa di un travestito, a cento metri dall’ingresso del giornale. Droga, sesso e niente rock and roll per il nipote della Fiat, che è per contro un bravo ragazzo. Alla Stampa è un casino. Quando c’è di mezzo la Mamma mica sono confetti. Anselmi lo sa, ma forte della sua indipendenza spara il povero Lapo sul giornale e senza tanti giri di parole. Un filo meno del Corriere e di Repubblica, ma c’è. Eccome. Con i guanti, vellutato, protetto, ma insomma Lapo con quel travesta è sulla Stampa. Chapeau, Giulio Breznev.Si sa però quanto capricciosa sia la storia di uomini e giornali. Così accade che qualche mese dopo scoppi lo scandalo della Juventus, l’altro pezzo pregiato della famiglia. Se la storia di Lapo era delicata, questo è un terreno minato. La prima intercettazione telefonica di Moggi arriva al giornale nelle stesse ore in cui la ricevono Corriere, Repubblica e Gazzetta dello Sport. E forse anche altri. Alla Stampa Giulio il Duro non c’è. Domenica, comprensibile. Di turno c’è un vicedirettore, Roberto Bellato. L’uomo del guanto. Quando c’è di mezzo la Fiat chiamano lui. E’ l’unico autorizzato a distinguere una mina da un missile, lui sa come infilarsi il guanto protettivo. Quasi sempre, non sempre, ci riesce. In questo caso Bellato juventino di ferro vacilla, tentenna, la sua proverbiale prudenza tocca un limite mai raggiunto prima. Si potrebbe dire, per rimanere in tema sportivo, che la notizia del Moggi Gate resterà la miglior prestazione di sempre di Bellato. La storia della Juve la mettiamo, ma un po’ sotto il tapis. Dice l’accorto Bellato. Così finisce a due colonne nelle pagine dello sport e Moggi non viene mai citato. Il giorno dopo è lo scandalo che piega il bene più prezioso del Paese.John Elkan, che è il fratello serio e noioso di Lapo, juventino ma con molti distinguo, chiama Anselmi. E’ il diluvio. John dice all’uomo più indipendente del giornalismo italiano: bravi stronzi quando è stata ora di mettere mio fratello a tutta pagina sulla Stampa non ci avete pensato un attimo. Ora che c’è la Juve di mezzo fate finta che non sia successo niente. Giù il telefono. Anselmi resta lì con i suoi tre bottoni, la mascella serrata, l’occhio a fessura.Seguono giorni d’inferno, per tutti. Anselmi spedisce lettere a ciascun vertice del giornale, nelle riunioni è una belva, se non rischiasse di rimanere intossicato dalla tintura dei capelli di Bellato si mangerebbe il vicedirettore per intero. Per la Juve è un dramma, la Stampa spara ad altezza d’uomo e fa a pezzi la società bianconera. Anselmi si accanisce come Corriere e Repubblica mai avrebbero pensato di fare. Il mondo dello sport osserva con defrenza il piano di demolizione di Anselmi. L’Uomo è davvero l’Indipendente. E forse ci crede anche lui.
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19 ottobre 2003
LA STRAORDINARIA STORIA DI SAL KENTUCKY
In questo blog ho raccolto tutto quello che ricordo su colleghi giornalisti, redazioni, editori di grandi e piccole dimensioni, fatti, avventure,avvenimenti. Le decine di luoghi da cui sono transitato. Tutto ciò che è riportato qui corrisponde al vero, i personaggi, così come gli episodi raccontati sono autentici. Alcuni tra le persone citate compaiono con il loro nome, ad altri ho dato un appellativo di fantasia. Compreso il mio nome, ovviamente.
Credo di avere fatto il giornalista fin da piccolo, anche se poi mi sono pentito più volte. Davvero, fin da studente delle medie. La voglia mi è venuta quando ho visto per la prima volta "Dieci in amore", il film con Clark Gable che fa il caporedattore in un giornale pieno di fumo e di gente che va e viene. Ci ho provato in tutti i modi e dopo cento anni di gavetta ci sono riuscito. E' che per molto tempo il mio è stato un giornalismo di contorno. Mai in mezzo ai fatti come avrei voluto, sempre di lato, in salita, alla ricerca di una sistemazione. Il mondo scriveva pagine memorabili di cronaca e io correggevo le sceneggiature di Topolino, la gente si sgozzava in guerra e io rispondevo alla posta di Dolly, la Juventus trionfava in campionato e io scrivevo l'oroscopo di Grazia. E' andata così. Questi racconti ne sono la storia. L'importante forse è stato partecipare.
Le storie narrate si riferiscono agli anni tra il 1979 e il 1981 a Torino in un'agenzia stampa e che posterò tra qualche giorno, all'Arnoldo Mondadori di Milano tra il 1983 e il 1990, e al gruppo dei quotidiani Finegil Espresso La Repubblica tra il 1991 e il 1997. Buon divertimento.
| inviato da il 19/10/2003 alle 14:1 | |
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19 ottobre 2003
DISNEY MAGIC WORLD
Per Sal Kentucky sono arrivati i giorni di Topolino, per la prima volta in Mondadori nella redazione dell'eroe della sua infanzia.
Entro per la prima volta nella redazione di Topolino un pomeriggio d'autunno. Fuori piove, l'aria è ormai fredda, le lunghe distese di prati ingialliscono verso l'inverno imminente. A Segrate la stagione del gelo arriva prima che a Milano, qui ci sono già brina, nebbia e strade ghiacciate. La Mondadori, in mezzo alla campagna, è un mondo a sé. Nel palazzo di vetro, con i suoi grandi spazi, il supermarket, l'ufficio postale, il ristorante, il bar, la libreria, l'aria condizionata, la luce diffusa, è come essere sempre nella stessa stagione. In alcune redazioni l'open space ha confini così vasti che lo sguardo si perde tra scrivanie e scaffali prima che possa arrivare oltre le finestre. Come a Topolino. Giornalisti, grafici, disegnatori, il Disney Magic World è qui.
Annuso l'aria mentre entro. Sono stato un lettore di questo giornale per buona parte della mia giovinezza. Ho la memoria storica di decine di avventure. Ricordi di domeniche all'edicola con mamma a comprare Topolino, delle foto sfuocate di Disneyland, dell'America degli anni Cinquanta. Ora sono qui. Esattamente nel luogo che ho immaginato per tutta l'infanzia. Se Paperino uscisse con il cappello con su scritto press gli darei una pacca sulle spalle. Collega. Mi viene invece incontro un capo servizio, si presenta, gli stringo la mano.
Parliamo, in attesa che arrivi il direttore. Il caposervizio mi indica una scrivania, lontano dalle finestre. Sarà il mio tavolo di redattore. Mentre chiacchieriamo osservo il resto della redazione. Sono tutti un po' vecchi, silenziosi, stanno chini su fogli, impaginati, disegni. Ognuno ha un armadio alle spalle con una fila di cassetti. Una redattrice anziana, infagottata in un vestito grigio, grassa, le gambe pesanti, le pantofole infilate nei piedi, i capelli bianchi spettinati sulla nuca come se si fosse appena alzata da letto, gli occhi cisposi dietro un paio di occhiali rotondi, sta armeggiando in uno di questi cassetti. Tira fuori un foglio, lo guarda, lo rimette dentro e avanti così.
Un po' più in là, dalla parte in cui sono entrato, una signora sta innaffiando un vaso di ciclamini, nel settore grafici c'è un gran silenzio. Alzo la testa e vedo un disegnatore piegato su un foglio, ha in mano una penna a china e sta ritoccando un'immagine. Lo fa con una lentezza impressionante. Quasi non gli vedo muovere la mano. Accanto a lui, un altro redattore ha lo sguardo fisso sulla macchina da scrivere. Cinque minuti. Sempre lì. Il suo vicino legge un libro, prende appunti, fa la punta alla matita. Un altro rovista in uno scaffale di libri. Silenzio, ovatta, tutti immersi in una specie di cotone.
Per un po' ascolto il caposervizio che parla in continuazione. E' l'opposto degli altri. Una specie di macchina tritaparole. Pizzica la zeta e perciò sputa anche. In venti minuti ripercorre tutta la storia della Disney, una noia pazzesca. Ha, tra i molti difetti che sono subito evidenti compreso quello di essere tifoso dell'Inter, un chiodo fisso, è convinto che tutti lì dentro assomiglino ai personaggi di Topolino. Vedi quello, non è Paperino? E lei, non è forse Nonna Papera? Guarda lui, non è il sosia di Gastone? E là in fondo, non è Paperone sputato? E io? Io cosa? Io non sono il fratello gemello di Ciccio di Nonna Papera? Ma quale Ciccio. No, sto per dirgli, tu sei una rottura di palle fenomenale. Va avanti altri cinque minuti con questa solfa insopportabile, accavalla gli argomenti, mi dice che ha sette figli. Capisco.
Il resto della redazione è fermo al punto in cui era venti minuti prima. La vecchia rovista, il nostro vicino di scrivania è ancora fisso con lo sguardo sull'Olivetti, l'altro tempera sempre la stessa matita. Altrochè Paperino. L'unico segno che accomuna questo dormitorio al movimentato mondo dei fumetti è una copia di Topolino che tutti hanno sul tavolo. E basta. E' trascorsa meno di mezz'ora e mi sta andando in pezzi la leggenda.
Ecco Pippo, mi dice ad un certo punto il caposervizio. Pippo? A ridagli. Pippo sarebbe Gaudenzio Capelli, direttore e figura mitica della Disney. Entra in quel momento in redazione. Mi fa un gesto di saluto e m?invita a seguirlo nel suo ufficio. E' ovvio che di Pippo non ha nemmeno la piega dei calzoni, ma non importa. Ne approfitto per alzarmi. Capelli mi stringe subito la mano. Sorride e lo fa in maniera amichevole. E' un uomo molto gentile. Appesi alle pareti ci sono i ritratti dei personaggi Disney, come uno tiene i figli sulla scrivania Capelli ha Cip e Ciop.
Continua a sorridere e mi spiega, anche lui, che cosa è Topolino, la Disney, l'importanza di questo giornale per la Mondadori. Ascolto. Ogni tanto faccio una domanda, lui risponde e sorride. Non sono abituato. Se poi faccio una battuta, ride di gusto. Ha un forte accento milanese e sembra che gli piaccia quella sua parlata larga. Mi spiega quali saranno i miei compiti. Lo fa con toni garbati, quasi una rarità. Va avanti mezz'ora, fa lunghi giri di parole, interrotto dal telefono, dalla segretaria, dai colleghi che sembra si siano risvegliati dal letargo di prima mattina.
Il Bosco Incantato si stropiccia gli occhi. Sento persino un po' di brusio. Da quello che mi dice il direttore capisco però che a Topolino avrò un ruolo marginale, dovrò occuparmi di un inserto dedicato allo sport per ragazzi, ma soprattutto Capelli ha deciso di affidarmi alle mani di Elisa Penna. Non so chi è, ma lei, la donna ombra del direttore, è già lì, dietro una fila di scaffali.
"Sei il nuovo? Piacere Penna"dice con un sorriso che va da un orecchio all'altro. Penna, credevo fosse un nome d'arte. Penna, per una giornalista è già il massimo, per una giornalista che lavora in un mondo di pennuti è addirittura incredibile. Quando si dice il destino. La Penna è il vicedirettore di Topolino e di tutte le pubblicazioni Disney, che sono una miriade. Anche del Manuale delle Giovani Marmotte, che rimane un libro cult in assoluto, uno dei dieci oggetti da salvare prima della distruzione del pianeta.
Elisa, come vuole che la si chiami, è da sempre il vice di Capelli. Nel senso più specifico del termine. Capelli direttore, Penna vice. Trent'anni così. Anzi, in tempi remoti, quando Topolino aveva ancora le braghe con i bottoni rossi, Capelli era un semplice redattore. La Penna già vice di un altro. Poi Capelli ha percorso tutte le tappe, ha superato la Penna e gli si è piazzato davanti. Direttore. Elisa c' rimasta male e Gaudenzio sente da sempre, per questa ragione, un profondo senso di colpa nei suoi confronti. Così le lascia carta bianca.
Libera di decidere su tutto, escluso Topolino, che non si tocca. E' il trono di Capelli. Passi per la carriera, ma Capelli traccia confini ben precisi nei ruoli, oltre i quali neanche la Penna può andare. Gaudenzio le ha riservato Il Giornale di Barbie. E' una delle venti pubblicazioni che Capelli dirige e che fruttano alla Mondadori decine di miliardi all'nno. Barbie, la bambola sexy della Mattel. Un fiume di denaro.
Ho appena il tempo di stringere la mano alla Penna che capisco dove sto per andare. A Barbie, mi viene la pelle d'oca a pensarci. La bambola con le chiappe rotonde e le tette a punta che mia sorella vestiva e io svestivo. La Penna mi fa segno di seguirla. Attraverso la redazione seguito dagli sguardi dei colleghi. Ho l'impressione di vederli sorridere. In silenzio, ognuno fisso al posto di prima, la testa bassa ma con una sottile perfidia sulle labbra. Ci credo. Barbie, mi ripeto mentre entro dalla Penna.
Eccola lì. Nel trionfo del suo fascino perverso. Un manifesto formato gigante attaccato al muro. Barbie e Ken, il fidanzato che non si sa che cos'ha sotto il costume da bagno, mano nella mano davanti all'monimo camper e all'omonima casa tutta dipinta di rosa. E' l'ufficio della Penna. Ci sono montagne di Barbie disegnate. Libri, fotografie, gadget, come un negozio. Sono così preso da questo batuffolo rosa di ufficio che non mi accorgo che il vicedirettore mi fa segno di accomodarmi.
La Penna è una donna che ha più di cinquant'anni, di corporatura robusta, infagottata in abiti senza forma, capelli tinti di biondo, la faccia larga cascante, gli occhi chiari e acquosi. Una quasi nonna, nubile, solitaria, abita con un gatto a San Felice, quartiere di lusso davanti alla Mondadori.
E' una donna strana, umorale, capace di ridere spensierata e due minuti dopo piangere come una bambina. Prende da parte i redattori, li sgrida con il dito puntato in alto, poi si pente, torna in ufficio e piange. Ogni tanto cammina con brevi saltelli, altre volte si muove come avesse cento chili sulle spalle, spesso corre come inseguita da Ken in moto. Quando ti guarda tiene gli occhi chiusi a fessura, poi li spalanca di botto, parla con una specie di cantilena, muovendo la testa da una parte all'altra. Si tocca i capelli, guarda fisso negli occhi, ha poca memoria e spesso pensa ad altro. Ha la mania dei vezzeggiativi. Li usa in continuazione. Mi parla come se fossi una bambina.
"Barbie, chi l'avrebbe mai detto..." dico mentre mi siedo.
"Che caruccia, vero? ".
"Insomma... ".
"Un tesoruccio di bambina".
Volendo potrei uscire. Ora. Senza voltarmi indietro per non restare di sale. Rimango. La Penna di ogni vocabolo ne fa un diminutivo. Tutto è piccolo. Anch'io, forse.
"Non sapevo che esistesse un giornale così"dico per riprendere un po' a conversazione. Lei mi fissa, contornata da un disegno che ha alle spalle dove si vede Barbie in groppa ad un cavallo alato verde pisello.
"Uhh, perbacco! Eccome se esiste questo giornale! Abbiamo migliaia di teneri cuoricini che ci aspettano ogni settimana. Vedrai" mi dice. Una minaccia e una promessa. Poi tace di nuovo. Reclina la testa, socchiude gli occhi, sorride. Sto diventando un elfo.
"E io che dovrei fare? ".
"Intanto darmi del tu e chiamarmi Elisa".
"Ciao Elisa". Caruccio. Ho di nuovo l'occasione per uscire. E' stato un piacere. Saluto Elisa, Gaudenzio e me ne vado.
"Ho pensato nella mia testolina che per questo numero ti occuperai dell'oroscopo rosa. E' un compito non facile. Sono esigenti le nostre piccole birichine".
Oroscopo. Non so che cos'è. Neanche quello dei grandi, mai letto, nessuna curiosità, non conosco nemmeno il nome dei segni zodiacali. Zero assoluto. Oroscopo e per giunta rosa.
"Le piccole birichine..." dico pensando ad alta voce.
"Bravo, vedo che sei già entrato nei nostri dolci pensieri. Io le chiamo proprio così. Sono come delle pesche appena colte. Sapessi come mi vogliono bene!" dice la Penna aprendo due pagine di una bozza disegnata dai grafici. Sono le due facciate centrali. Quelle del mio oroscopo.
"Non ne capisco molto di oroscopi... " provo a dire.
"Ohh...beh...ohh...questo non importa. Ti do io un libro. Vedrai che è facile".
E poi hai un mese tempo, ometto. Ci sarà da ridere. Quando torno alla mia scrivania il caposervizio sta tenendo un sermone sulle origini di Paperinik. Ne discute con Adriano Baggi, l'uomo senza il quale Topolino sarebbe muto.
Baggi è un disegnatore, ma non sa nemmeno tratteggiare il becco di Paperino o le orecchie di Pluto o i piedi di Pippo, non inventa storie, né scrive testi. Baggi fa molto di più in realtà. Lui è l'uomo che scrive una per una le parole dei fumetti. Ogni sillaba, frase, esclamazione, tutto quello che sta racchiuso nel fumetto è opera sua. Le lettere tutte uguali, alte alla stessa misura, così precise che sembrano stampate da un computer sono scritte a mano da lui. Baggi entra al mattino alle sette e va via la sera alle otto. Tutti i giorni, anche il sabato. Un certosino. China le testa sui disegni, traccia il fumetto e ci scrive dentro. Dicono che ha un brutto carattere. Ogni tanto sbotta in dialetto quando non capisce che cosa ha scritto lo sceneggiatore e che lui deve copiare. Getta i fogli nel cestino e va a protestare dal direttore. Si ferma solo per la pausa mensa. Poi torna lì, nel suo angolo. Lentamente, prima a matita, poi a china, una lettera dopo l'altra, anni di fumetti, di storie, milioni di parole.
Ci metto due giorni a dare forma al mio oroscopo. I segni li metto in ordine d'alfabeto. Un grafico mi illustra l'impaginato. Lo zodiaco del mese ha uno sfondo verde chiaro, tra uno segno e l'altro, spiccano pianeti rosa, stelle gialle, cavalli alati, una Barbie in minigonna, arbusti in fiore, macchie colorate dai toni pastello. Fa schifo. Mi metto alla macchina e scrivo le previsioni. Ci metto un giorno. Nel tardo pomeriggio busso alla Penna. Sta scrivendo. Un tasto via l'altro. Ha i capelli raccolti a crocchia, ma una ciocca le cade sulle spalle. Quando mi sente si volta con una specie di sobbalzo e poi si allarga in un sorriso. Toc, toc, chi c'è qua? Le consegno l'impaginato, lei lo mette da parte e mi ringrazia. Tutto con calma.
Il mattino dopo l'oroscopo è sul mio tavolo. Non ha correzioni, è completamente rifatto. Mi affaccio dalla Penna. Tanto per capire. Il vicedirettore scuote la sua testa, fa scivolare gli occhiali sul petto, allunga le labbra come se volesse schioccare un bacio. Il testo va bene, l'ho copiato, è il linguaggio che non funziona.
"Più dolce, più tenero" dice tenendomi proditoriamente una mano. Più friabile forse.
"E' che non sono pratico... ".
"Lo so, ma non ti preoccupare, in principio qui da noi è sempre così. Adesso lo rifai. Quando scrivi pensa alle nostre piccole bambine. Vedrai che andrà bene".
Torno al tavolo. Mi rimetto davanti alla macchina da scrivere e fisso il foglio per un'ora. Sono già uguale agli altri. Adesso capisco perché stanno immobili. Rifaccio il mio oroscopo almeno sei volte. C'è sempre qualcosa che non va. La Penna corregge, tira una riga, sottolinea una frase. Questi segni zodiacali mi escono dalle orecchie. Sono trascorsi quasi due giorni, quindici ore lavorative, trenta fogli nel cestino quando sento di essere arrivato alla svolta finale, l?ultima battitura, quella buona.
"Pesci. Oggi sarai una farfallina. Volerai tra un fiore e l'altro, ma la tua mammina saprà capirti. Un piccolo regalo dalla tua amichetta. Per la tua tosse basterà un sciroppino".
C'è tutto. Scuola, amicizia, salute. Alle cinque del pomeriggio mi presento dalla Penna. Sono stremato. Lei è sempre lì con la sua ciocca che sfoglia libri di cucina. Legge. Sorride.
"Bravo. Ci sei quasi. Vedi? E? questione di scrittura. Le mie discolette sono esigenti, per questo bisogna fare bene. Però vedi qui..." E mi corregge l'ultima frase. Dove ho scritto "baci alle nostre piccole amiche" lei scrive : "ciotti, ciotti, ciotti alle nostre piccole amiche".
Ciotti? Sì come baciotti, sciocchino. Per fortuna. Per un secondo avevo temuto che la Penna avesse avuto una storia con Sandro Ciotti.
| inviato da il 19/10/2003 alle 13:48 | |
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19 ottobre 2003
L'AMORE ORALE DI SEGRATE
Per Sal Kentucky inizia alla Mondadori l'avventura di Dolly, il settimanale per teen ager arrapate.
E viene per me il tempo delle mele. A Segrate non ci sono frutteti, solo le gigantesche carpe del lago sul quale poggia l'imponente edificio di Oscar Niemeyer. Pesci spaventosi, con la bocca spalancata che ti guardano dalla superficie dell'acqua ogni volta che entri o esci dal palazzo di vetro. Le mie mele metaforiche le vado invece a raccogliere una sera d'autunno, quando esaurito il soggiorno obbligato a Topolino lascio il Disney Magic World per Dolly, rivista formato tascabile per adolescenti inquiete. Mi chiama nel suo ufficio Vera Montanari, pasionaria del ?68, comunista di ferro, un tempo barricadera di radio Popolare, ora giovane direttore emergente, piazzata dai vertici Mondadori a Dolly per tastarne le qualità.
La Montanari ne ha in abbondanza, sa anche scrivere, caso unico tra i direttori dei femminili. E' un'egocentrica senza confini, ha un ego così smisurato che l'open space stenta a contenerlo, siede sulla sua poltrona di direttore di questo minuscolo giornale come fosse in via Solferino.
"Dolly non è da meno di Epoca o di Panorama" mi dice mentre ci parliamo per la prima volta quella sera.
Mi viene da sorridere. Un po'. Qui è difficile capire quando un direttore parla sul serio. La Montanari non scherza. Il colloquio dura parecchio, lei mi spiega che cosa è Dolly, qual è il suo pubblico, che tipo di lettrici vanno in edicola ogni settimana. Io ascolto, annuisco, mostro curiosità. Mi sento ancora una volta gettato in un mondo che non mi appartiene. Dolly, Mani di Fata o Tuttoncinetto è lo stesso. Per la Montanari invece non è così. Dolly è una nave da guerra, il giornale della fascia giovani che vende di più in Italia, un cult per le bambine, il settimanale che fa paura alla concorrenza, che ripulisce il mercato pubblicitario, che apre confini del giornalismo mai immaginati fino ad ora. Sarà.
La Montanari parla e s'infervora, spiega e si entusiasma, è un vulcano di progetti. E' qui il giornalismo, dice. E indica una copia di Dolly su suo tavolo. Fermo lo sguardo sulla copertina dove non si capisce se una bambina o una donna non sviluppata sorride allusiva. Il direttore aggiunge che in una redazione di tutte donne ha bisogno di un uomo, come me. Chissà. Io resto della mia opinione. A meno che uno non sia un pedofilo, e questo non è precisamente il mio caso, difficilmente può immedesimarsi in lettrici di quindici anni. Le più vecchie, le altre ne hanno dodici.
Dunque sono a Dolly, come volevasi dimostrare. La mia scrivania si affaccia su un ramo del lago di Segrate. Accanto, a meno dieci metri, divisi dai pannelli verdi, ci sono i colleghi della redazione di Epoca e, dall?altra parte, quelli di Panorama. Sto in un panino. Sento le telescriventi, spio le riunioni di redazione, ascolto il battito del giornalismo di frontiera.
E comincio con i grandi temi di Dolly. Per un po' mi occupo di servizi sulla musica rock. Ne so poco, sono rimasto ai Rolling Stones, ma m' impegno. Leggo, guardo i video, studio. Imparo a conoscere il linguaggio delle dolline, il loro modo di esprimersi, m' immedesimo in uno slang di pochi vocaboli essenziali. Le nostre lettrici non sono colte, non sono ribelli, non sono figlie della contestazione, non studiano volentieri, non hanno grandi obiettivi. Sono come tutte le bambine di quell'età. Credo. Quello che hanno in comune è un unico, gigantesco e irrinunciabile problema. Il sesso.
Sapere tutto, scoprirne ogni mistero, accumulare esperienze sempre diverse. Dodici anni e sesso. Maschi e sesso. Scuola e sesso. La Montanari lo capisce, lo dicono le indagini di mercato, lo vogliono i clienti pubblicitari che producono assorbenti. Perciò in pochi mesi trasforma Dolly da settimanale musicale ad una specie di manuale sul sesso. Se ne vanno gli ingenui rocchettari e arrivano pagine di consigli, suggerimenti, inchieste. Il primo bacio, la prima scopata, petting come se piovesse, dirlo alla mamma, tradire lui, tradire lei, toccarsi a scuola.
La Montanari sforna servizi con una fantasia che non immaginavo e io, sempre unico uomo in redazione, mi sento sempre più a disagio. Non so che fare. Non mi viene in mente nessun servizio, la rivoluzione per me si fa drammatica. Non mi sento di scrivere di sesso per bambine di undici anni. Manco per donne di quaranta o di sessanta. Figuriamoci di dieci. La Montanari lo capisce, nota il mio distacco sempre più marcato dal giornale, così un giorno mi convoca nel suo ufficio.
"Caro Sal, come avrai visto Dolly va verso un grande cambiamento" dice sorridendo. Ma ormai so che le sue sono labbra tese, non sorrisi. E? incazzata. Io non so che dire, come al solito. Mi avesse detto che invece dei reduci del Vietnam ci saremmo occupati delle repressioni nel Chapas avrei aperto un confronto, così non capisco neanche dove sono.
Ma la Montanari non usa giri di parole: "Tu dovresti seguire meglio questa fase di mutamento del giornale, mi sembri troppo assente. Come avrai notato, le nostre lettrici ci chiedono meno musica e più servizi sul personale".
Lei il sesso lo chiama così. E aggiunge: "Ecco, qui sta il punto, che dovrebbe anche consentirti di seguirmi meglio. Ho deciso che a turno tutti dovremo occuparci della posta delle dolline. Tu compreso. Leggi le lettere che arrivano e rispondi. Impara a dare qualche consiglio, entra un po? nella loro filosofia, vedi di capire i loro problemi. Guarda che è un compito delicato. Una settimana a testa. Voglio che cominci tu".
Esco da quell?incontro con il morale sotto le scarpe. Che cosa ho da dire io alle "dolline"? Niente. Vado al bar. Appoggiato al banco c'è il collega Gian Piero Dell?Acqua, un grande. Sa tutto di cinema, ha girato il mondo come inviato, è uno scrittore. Ora è a Panorama. Ho letto il suo "Ciao Hemingway", un libro di ricordi straordinario. Ha i capelli grigi, la faccia segnata, lunghe storie ancora da raccontare.
Torno a Dolly. Come si può bere un caffè vicino a Dell'Acqua e trenta secondi dopo stare qui? Per darmi una risposta le solerti colleghe, che non mi possono vedere, hanno provveduto a svuotare tre scatoloni di lettere sulla mia scrivania. Le dolline scrivono come forsennate, ogni giorno centinaia di missive, migliaia alla settimana. Segno che il giornale va alla grande.
Che cos'è un preservativo? Se lo bacio in bocca resto incinta? Come si fa l' amore orale? Ho quindici anni e lui mi ha chiesto di fargli un pompino, ma esattamente la lingua dove la metto? Ho le tette piccole, sono disperata, lui mi ha lasciato per Katia, che devo fare? Lui ha quindici anni, io dodici ma non mi va di toccarlo lì, pensi che si scoccerà di me? Sono innamorata di uno grande di trentacinque anni che vuole fare all?amore con me, ma se sua moglie è sempre a casa come facciamo?
Tutte così, modello Nabokov. E oltre. Ne leggo cinquanta, una per una. Sono disperato. Cerco di capire, ma mi rendo conto che non potrò mai rispondere a una sola di queste scatenate Lolite. Sto con le lettere sul tavolo per tre giorni. Infilo un foglio nella macchina e scrivo: ?Se non sai che cosa è l'amore orale vieni qui che te lo insegno io?. E' l'unica risposta che mi sento di dare. Volgare ma onesta. Non so niente della psicologia infantile, dei drammi dell?amore, delle bambine e delle loro smanie. E soprattutto non lo voglio sapere.
Per essere bravi giornalisti si deve stare tra le gente, capire, osservare quello che accade. Ma se alla mia età mi metto a guardare ai giardini due quindicenni che slinguano è facile che mi arrestino. Già mi vedo con copie di Dolly sotto l'impermeabile davanti alle scuole medie. Per "immedesimarmi nella loro realtà", come dice la Montanari.
Mi metto in tasca l'unica risposta che sono riuscito a scrivere in una settimana. Resto ancora un mese. La tengo preziosa. Qui si farà pure del giornalismo con le palle, comunque non più con le mie.
| inviato da il 19/10/2003 alle 11:40 | |
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19 ottobre 2003
IL BUONO, IL BRUTTO E IL PIRLA
Quando il giornalismo è repulsione pura. Il cronista Sal Kentucky s'imbatte in Sandro Liberali, l'uomo che la Mondadori ha messo a dirigere un settimanale di auto. L'ignoranza e la stupidità coniugate alla più retriva delle mediocrità umane.
Sono seduto in un piccolo ufficio, senza pareti come lo sono tutti qui in Mondadori. E' al primo piano, sala colloqui, sopra il lago. A quest'ora della sera la distesa d'acqua è avvolta da una nebbia sottile che corre da una sponda all?altra. S'intravvedono in fondo, oltre la passerella in cemento che attraversa il lago e conduce all'ingresso principale dell'edificio, le luci del parcheggio. Scorgo in lontananza le macchine che se ne vanno lente, oltre il cancello d'ingresso. Sono qui per incontrare Sandro Liberali, direttore di Autoggi, nuovo settimanale di prossima uscita. L'azienda rastrella un po' di giornalisti da piazzare in redazione. Ho un sobbalzo quando alle mie spalle compare un uomo alto, massiccio, capelli ondulati e lunghi.
"Sono Liberali" mi dice sedendosi.
Liberali è uno nuovo, l'ho visto la prima volta un paio di mesi prima. Si nota facilmente. E' alto quasi due metri, una testa grossa contornata da capelli grigi ondulati, acconciati come li aveva mia nonna, con una specie di chignon naturale sulla nuca che fa ricadere altre onde sulle orecchie. La faccia è larga con una scucchia molto pronunciata, la bocca è piccola e a culo di gallina. Ha un paio di baffi grigi corti. Nell?insieme fa una certa impressione, cammina a grandi falcate, muove le mani in continuazione, gesticola e piega le lunghe dita come fossero delle pinze. Ha la voce femminea, e nonostante il volume fisico da giocatore di basket, non ha nulla dello sportivo. Anzi. E' una vecchia signora sformata. Indossa abiti dozzinali, con la gamba dei calzoni un po' corta.
Con lui entra nell?ufficio anche Giovanni Allegra, caporedattore. Allegra è l'opposto fisico di Liberali. Piccolo, rotondo, capelli neri con una frangia unta che gli spiove sugli occhi. Sembra che non si lavi la testa da anni. La faccia è del tipo asiatico, giallognola con gli occhi piccoli e allungati. Ma è l'untuosità dell'insieme che dà il segno dell'uomo. Ha un parentado che i milanesi non apparezzano molto. Gli stringo la mano sudata, è ben oliato il caporedattore. Arriva da La Notte, amico di Cesare Lanza e questo la dice lunga. Nell'insieme è del genere olivastro, cammina tra le gambe di Liberali con la sua faccia da cinese e lo sguardo da duro.
Sono entrambi seduti. Il direttore mette i piedi sul tavolo, all'americana, Allegra che non ci arriva sistema i polpacci nel cassetto. Visti così sono inquietanti. Se capisco bene, il cinese non guida nemmeno la macchina, il capo ha la patente ma, nei cinque minuti che mi fanno aspettare prima di rivolgermi la parola, vedo che osservano una foto e hanno dei dubbi nel riconoscere una Volvo. Quando stiamo per cominciare entra un terzo signore. Si presenta come l'ingegnere, si chiama De Vita. Arriva da Quattroruote, è un uomo mite e, a differenza dei due, uno dei massimi esperti italiani di automobili.
"Dunque Sal..." comincia Liberali toccandosi le onde dei capelli sulle orecchie.
"Dica direttore" rispondo cercando di inquadrargli la faccia che resta nascosta dagli enormi piedi che giganteggiano sulla scrivania.
"Guarda Sal, qui ci diamo tutti del tu. Siamo colleghi, siamo in una cazzuta trincea, si combatte insieme".
Se non fosse per quella voce chioccia sembrerebbe John Wayne in "Berretti verdi". L'aria che tira è quella. Sali a bordo, ragazzo, ti farai il culo a fette, ma alla fine torceremo le budella agli sporchi nemici. Come esordio ci siamo.
"Sono pronto" mento e forse si vede.
"Dunque, io sono il direttore. Ricordati collega che le mie parole sono ordini, il comando di questo giornale è mio e sarò io a fare tutte le scelte. Nessuna obiezione, d'accordo?".
"Signore sì signore".
Si guarda intorno ammirato, il cinese annuisce senza sorridere, l'ingegnere vaga con lo sguardo sulla scrivania.
"Ricordati che questi sono principi inderogabili. Ne va del nostro posto. Troppe parole ci fottono in redazione. Ma veniamo alle automobili, tu che ne sai? ".
"Insomma...qualcosa. Diciamo che mi piacciono. Ho fatto anche qualche telecronaca dei campionati americani di cart e Indianapolis".
"Bene, e questo tu credi che sia importante? ".
"Che cosa?"
"Sapere come sono questi cazzi di automobili" dice il capo. Non so come prenderla. Lui è il direttore di un giornale che dovrà parlare di macchine e mi chiede se è importante conoscerle. Il cinese fa sempre sì con la testa, l'ingegnere sospira, storce pure la bocca, come sarebbe a dire "cazzi di automobili". Il direttore tira giù i piedi dalla scrivania e il cinese lo imita. Si sporge verso di me con la sua grande testa e le sue enormi mani. Indica l'ingegnere.
"Adesso lui ti farà qualche domanda".
Credo di capire, come a scuola guida.
"Dunque collega, un motore a sedici valvole..." attacca l' ingegnere. Ma non finisce la frase. Il capo sbatte una manata violenta sul tavolo. Volano le matite, il cinese ha un soprassalto ben mascherato, l'ingegnere abbassa gli occhi. Il cinese sapeva. Il direttore ora punta un dito contro l'ingegnere. Estrae dalla fondina che ha sotto la giacca una 44 Magnum e gliela punta in mezzo alla fronte. Non è vero, ma se lo facesse non mi stupirei.
"Quante volte ti ho detto che queste domande non le voglio sentire" ringhia fissandolo dritto negli occhi. L'ingegnere allarga le braccia, balbetta un po', finge di guardare quello che ha dentro una borsa. Il cinese scuote la testa.
"Allora le domande te le faccio io. Quante ruote ha un'automobile?" chiede allungandosi improvvisamente calmo sulla poltrona.
La domanda mi arriva come una freccia acuminata nell'orecchio, Liberali scandisce bene le parole con la sua piccola bocca e la dentiera bene in vista. Il direttore di un giornale di automobili chiede ad un collega giornalista quante ruote ha una macchina. Nell'ufficio è calato un silenzio totale. Il cinese non muove un muscolo, si vedono solo gli occhi sotto la frangia unta, immersi nelle melma di una risaia cambogiana che scrutano senza espressione. L'ingegnere è rimasto con la testa bassa, zitto, mosca. Vado.
"Direi...più o meno...cinque. Compresa la ruota di scorta" sussurro in un batter di ciglia.
Tutti fermi. Quando dico cinque l'ingegnere scivola dalla poltrona e si aggrappa ad un bracciolo. Gli occhi di Allegra sono una fessura ridotta ai minimi termini. Il capo si tira indietro, spinge la sedia verso la parete, si alza, allunga la sua mole corporea verso i neon del soffitto, mi si piazza alle spalle.
"Caro collega, hai detto cinque ruote. Bene! Allora sei uno che se ne intende. Scommetto che vuoi sapere che cosa ne penso io. Bene, penso che sia una risposta del cazzo".
"Ma...forse...quattro...meglio...tuttosommato l'altra non si usa mai" sono ormai spugnoso. In fondo nessuno mi obbliga a stare qui. Quest' atmosfera mi genera una specie di paura, è la prima volta che mi capita, la sento nelle mani e non mi piace.
"Stammi bene a sentire! A me non me ne frega un cazzo di quante ruote ha un'automobile. Prima di venire qui stamattina non lo sapevo. Due, tre , quattro chi se ne frega. Qui voglio fare un giornale semplice, fatto per la gente che di auto non capisce niente e che ci compra per vedere come la pensiamo. Noi siamo automobilisti come gli altri, scopriremo le macchine un po' alla volta e le racconteremo alla gente".
Andiamo avanti ancora un po', con domande del tipo meglio una Mercedes o una Cinquecento, ma ormai ho capito il trucco. Trascorre una mezz' ora, l' ingegnere pallido è uscito, rimangono Allegra e il direttore. Parlano tra loro, sono convinto che mi caccino seduta stante e invece Liberali improvvisamente si alza.
"E ora si comincia a fare sul serio" dice.
Il cinese mi accompagna al mio nuovo tavolo, sono il primo che mette piede qui dentro, comincio con il fotocopiare le pagine di un giornale tedesco che parla di automobili.
I colloqui di Liberali con altri colleghi vanno avanti per alcune settimane. Stesso tenore con tutti. Con un tasso di nevrastenia in crescita rispetto al mio primo incontro.
Alle candidate segretarie per far capire che lui è il padrone dice: "Se domani le ordino di venire senza mutande lei deve venire senza mutande". Un paio se ne vanno urlando, altre ci ripensano, una lo denuncia.
Ma il meglio di sé Liberali lo dà tutti i giorni quando arriva in redazione. Chiama ciascuno di noi nel suo ufficio, con Allegra sparge terrore, minaccia licenziamenti, urla contro la Fiat. Soprattutto contro la Fiat. Il giornale non è ancora uscito e ha deciso che la linea editoriale sarà la guerra totale contro Agnelli. Può darsi anche che abbia ragione, ma la sua decisione di bombardare la Fiat non è sul piano delle qualità delle auto, tanto quelle non ci interessano, ma per un suo inderogabile principio personale. Quale, non si sa. La redazione prepara confronti tra auto, tutte le Fiat ne escono perdenti, con voti così bassi che perfino l'accendino della 127 è da buttare via.
Il capo dirige urlando, minacciando l' ingegnere che un giorno finisce con una colica in ospedale, ma la linea editoriale non paga, la gente non compra il giornale, vuole esperti che raccontino come sono fatte le automobili, non altri improvvisati del volante come loro. Per di più deve parare l'ira della Fiat che minaccia di ritirare l'intero pacchetto pubblicitario dai ventuno giornali della Mondadori. E' sempre più nervoso, incapace di mantenere in piedi la redazione, Allegra rivela la sua vera anima di pistolero. In pochi mesi quindici colleghi se ne vanno sbattendo la porta. Con me il rapporto dura ancora meno.
Un mattino il cinese mi posa sul tavolo due pagine di un giornale inglese specializzato. Sono tradotte e illustrano le proprietà di uno spider che non ho mai visto prima. Devo riscrivere la traduzione in italiano comprensibile, non toccare, non aggiungere, non fare nulla di mio. Consegno il pezzo. Alla sera vedo Liberali schizzare dal suo ufficio in direzione del mio tavolo. Sposta l'aria, tutti seguono la falcata con la coda dell'occhio, il cinese resta nella penombra del suo angolo. Mi arriva di fronte scuotendo i fogli con il mio pezzo. Le prime parole non le capisco, è furibondo, mi accusa di avere scritto che il posto di guida dello spider è a un metro da terra.
"Se così fosse sarebbe una carrozza! Cazzo! Così non va! Non va! Non va!".
I fogli cadono sulla scrivania. Li guardo, è vero, ho scritto un metro, ma nell'originale inglese le misure erano in pollici e il traduttore aveva sbagliato a riconvertire la cifra. E io, fedele al mandato del cinese, avevo copiato quella misura. A poco valgono le spiegazioni su una svista che può capitare, il risultato è che non sono un giornalista attendibile e come copiatore valgo ancora meno. La furia non si placa, anzi si alimenta, Liberali vaneggia e quando è al culmine del suo delirio tenta di rovesciarmi la scrivania. La prende da un lato, alza il ripiano, fa cadere gli oggetti. E' il momento che aspetto. Se quel gigante che ringhia mi mette le mani addosso lo mando in galera. Arrivano colleghi dalle altre redazioni. Qualcuno si affaccia. Il clamore è al massimo. Spero che mi sfiori. Ma non lo fa. Si ferma di botto, quando il cinese, sbucato dal nulla, gli tocca un braccio. Siamo immobili uno di fronte all'altro, divisi dal tavolo scomposto e dalle biro per terra, i suoi due metri di onde sulle orecchie, il mio metro e sessantasette pronto, per la prima volta da quando ho l'età della ragione, allo scontro fisico. Il cinese allontana Liberali , lui urla che chiamerà l'ufficio generale e che mi vuole fuori dalla redazione in meno di dieci minuti. Lo faccio prima io. Chiedo al capo del personale di togliermi immediatamente da lì, pena una denuncia al direttore del giornale per tenta aggressione. Me ne vado in se minuti esatti.
| inviato da il 19/10/2003 alle 11:40 | |
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19 ottobre 2003
ANNI DI GRAZIA
Lei è Carla Vanni, un sorta di leggenda del giornalismo patinato femminile, lui è il nostro Sal Kentucky che del mito in gonna nera non sa che cosa farsene, ma l'inevitabile incontro gli cambierà il futuro.
E' un mattino di dicembre quando sento squillare il telefono sulla mia scrivania. Sono arrivato in redazione presto, fuori c'è la solita nebbia di Segrate. Il lago delle carpe è grigio e freddo. Niente orizzonti, aria spessa e umida. Alzo il ricevitore. E' Anna Lovise. Vice capo del personale. Produce sforzi enormi per offrire il meglio dell'azienda, lo fa con ardore, si sente l'erede delle Grandi Tradizioni della premiata ditta Arnoldo. In realtà quel mondo è finito da un pezzo. E lei non è che un?impiegata che deve barcamenarsi tutto il giorno tra direttori capricciosi e redattori inquieti. Ci diamo del "tu", da quando sono diventato professionista. E' così con tutti. Una specie d'iniziazione aziendale che prevede il "lei" durante il praticantato e il "tu" dopo l'esame di Roma.
"Sal, ho una grande notizia. Sei seduto?" mi domanda.
"Super seduto" rispondo.
"Ho combinato per te un appuntamento eccezionale. Ti dico un nome solo. Carla Vanni" lo dice in un sussurro, come se dovessi presentarmi al capo della Cia.
Lo sapevo. Che fesso, però. Per un nanosecondo mi ero illuso. Avevo creduto che stesse per propormi Panorama, Epoca o, alla meno peggio, Espansione. Invece spunta Lei, il direttore di Grazia. Il minimo e il massimo del giornalismo allo stesso tempo. Carla Vanni, meglio conosciuta come la sorella di Andreina, fino ad un decennio prima una leggenda mondadoriana. Abbasso il ricevitore, non senza avere dato il peggio di me stesso in fatto di contentezza, e mi domando che c'entro io con Grazia. Moda, pettegolezzi, cucina, maglia, amori, tradimenti, tendenze, cucito. Assolutamente nulla. Come sempre.
Il mattino dopo alle undici in punto salgo al terzo piano. Ufficio del personale. Mentre varco la soglia dello sgabuzzino colloqui mi viene in mente che anche Maurizio Costanzo ha soggiornato a Grazia per qualche anno. Non so perchè penso a Costanzo, ma almeno riesco a fare gli ultimi tre metri di strada. Davanti ad un tavolo rotondo la Lovise sta in piedi e finge di sfogliare una cartella dattiloscritta.
"Sal, sono così contenta che nemmeno te lo immagini. E' il tuo momento. Qui ti giochi tutte le carte" mi dice indicandomi una porta di fronte allo sgabuzzino "La Vanni è là" aggiunge con un filo di voce "Adesso entri con me, io starò zitta e tu e lei vi parlerete. Vorrà sapere di te, di quello che hai fatto, chi sei, se ti piace scrivere, da dove arrivi. Tu parla, racconta, spiegati. Ma non ti emozionare, non mostrare presunzioni, non essere arrogante o troppo deciso. Sei un bravo ragazzo. Vedrai che le piacerai. Sono con te". Mi stringe il braccio. Sono quasi certo che le stiano brillando gli occhi. Scuoto la testa, mentre mi spinge dolcemente verso l'uscio di fronte. Prima di aprire la porta mi sussurra: "Parla quanto vuoi. Ma non troppo. Ricordati sempre chi hai davanti".
La Vanni è seduta ad un tavolo rotondo. Tutti i tavoli per riunioni in Mondadori sono rotondi, ovali, smussati ai lati. Nessuno angolo è a spigolo. Perciò la Vanni, che preferisce distanze nette, è costretta a stare seduta in curva. Ovunque io mi sieda sarò sempre troppo vicino.
"Direttore, le presento il giornalista di cui le ho parlato" dice la Lovise.
"Sal Kentucky. Buon giorno direttore" dico allungando la mano.
La Vanni accenna ad alzarsi, mi stringe la mano e ripiomba sulla poltrona. E' vestita di nero, capelli tirati all'indietro sotto uno strato di gel fresco di cinque centimetri, trucco leggero che accentua il naso a proboscide. Sul davanti, quello che nelle donne si chiama seno, pendono occhialini da lettura tenuti da una cordicella nera. La vedrò così, salvo leggere variazioni nel nastro dei capelli in occasione di Pasqua e Natale, per tutto il tempo della mia detenzione a Grazia. Stiamo tutti zitti. E' persino imbarazzante. Poi parte la Vanni.
"Dunque, lei sarebbe... ".
"Kentucky, direttore. Sal Kentucky ". Bond. James Bond.
"Certo. Vorrei essere molto chiara con lei".
"Non chiedo di meglio".
"Bene. Non voglio fraintendimenti" dice la Vanni guardandomi.
"Nemmeno io".
"Meglio così. Allora, in tutta franchezza, le dirò che lei non serve al mio giornale. In questo momento non ho bisogno di aumentare l'organico. Ho già abbastanza problemi. Per di più mi pare che lei non abbia alcuna caratteristica adatta al tipo d'informazione che facciamo noi. Dunque... "
Ci siamo. Mi caccia ancor prima che sulle labbra della Lovise si spenga quel fiore di sorriso che le ha bloccato i lati della bocca.
"Dunque, ho deciso di prenderla, come dire, in appoggio alla redazione. Una specie di prestito per venire incontro alle esigenze della dottoressa Lovise e dell'azienda. Farà lavoro di redazione. Poi vedremo. Le piace la cucina? ".
Magnifico. Chi sono, cosa ho fatto, da dove vengo, se m'interessa scrivere, l'esperienza, la passione. Niente, zero. Mi chiede se mi piace la "cucina". No. Preferisco l'uncinetto.
"Intendo dire se le interessa svolgere compiti di cucina redazionale" dice dopo un silenzio imbarazzante.
"Oh, sì. Molto!". Odio la cucina redazionale, non ci sono portato. E' una Cayenna, il Vietnam.
"Da noi sono anche molto graditi suggerimenti per servizi, inchieste, interviste. Lei può proporne quanti ne vuole".
Allora, qui si scrive. Ho suggerimenti da vendere.
"Certo. Soprattutto sulle inchieste. Ho molte proposte da fare".
"Sono contenta. Anzi, appena gliene viene in mente uno lo dica al vice direttore. Poi vedremo di affidarlo a qualcuno che lo scriva. Non si offenda, ma io faccio così".
Non mi offendo. Se lo sgabuzzino avesse avuto una finestra vi avrei infilato la Vanni e spinto il suo grosso culo direttamente nel vuoto. Così, tanto per vedere che faccia avrebbero fatto i pesci del lago.
| inviato da il 19/10/2003 alle 11:39 | |
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19 ottobre 2003
A CAGHER SULLE ALPI
Comincia l'avventura di Sal Kentucky nella redazione di Grazia.
Sto seduto alla mia scrivania da una settimana. Mi hanno messo nella cosiddetta cucina. Titoli, sommari, occhielli. Ci sono giornalisti tagliati per scrivere, altri per cucinare. Non so se appartengo alla prima categoria, certamente non alla seconda. A Grazia la cucina ha un rilievo enorme. La maggior parte della giornata la dedico a bozze e impaginati. Titoli sempre uguali, insulsi, piatti come saponette. La Vanni vuole che non si spaventino le lettrici. Con gli articoli si parte da lontano, si evitano il più possibile prese di posizione, guerre, politica. Quando il clamore li impone, gli argomenti si affrontano con la dovuta lentezza, a settimane di distanza, centellinando le parole. Per tutti gli accidenti di questa terra c'è sempre un rimedio.
In una di queste prime luminose mattine da cronista, mentre sto calibrando un sommario sulle palle colorate di una saga invernale svizzera, mi arriva di spalle Aleardo Putti, vicedirettore, la faccia buona della Vanni, l'uomo che non sa mai dire no, gran mediatore, aspetto sacerdotale, voce suadente, accento siciliano. Prima di quel giorno non lo conoscevo. Anzi, per molto tempo avevo creduto che quella persona che vedevo scivolare lungo i corridoi e nel parcheggio fosse il capo degli elettricisti della Mondadori.
Chissà perché. Vedevo da anni quest'uomo, anche molto tempo prima di arrivare a Grazia, e mai avevo pensato che fosse un giornalista. Credo che sia anche un fatto fisico. Alcuni li riconosci subito. Ci sono a Panorama Giampiero Borella e Carlo Rossella, entrambi inviati. Non hanno nulla in comune, ma il mestiere che fanno è palese. Uno indossa tutto l'anno jeans sdruciti, giacca di velluto, camicia sbottonata, ha la faccia segnata, i capelli in disordine, il taccuino infilato nella tasca posteriore dei calzoni. L'altro veste come un lord inglese, abito grigio scuro, camicia bianca, cravatta regimental, scarpe nere e lucide, la mazzetta dei giornali americani sotto il braccio. Si vede subito che non sono i giardinieri dell'azienda.
Così quel giorno, quando Aleardo Putti mi si acquatta dietro la scrivania e mi mette una mano sulle spalle sono convinto che si tratti dell'elettricista capo.
"Caro Sal, sono Aleardo Putti" dice tendendomi la mano.
Non so chi ha mandato qui questo elettricista, penso. Forse ho una lampadina bruciata. O mi mettono una macchina da scrivere elettrica, non so. Lo guardo. E' ben vestito, camicia stirata alla perfezione, cravatta intonata, profuma di pulito. Forse alla Mondadori pagano bene anche gli elettricisti. Chiunque sia spero che si sbrighi.
"Ho questa dannata macchina che si inceppa sempre" dico, mentre indico la vecchia Olivetti verde portatile che ho in dotazione.
Putti sorride, scuote la testa, inclina il collo. Muove entrambi come fa Mike Tyson sul ring prima dell'incontro per sciogliere nervi e muscoli. Stazze diverse, corporature differenti, ma quel gesto è identico.
"Eh, caro Sal, tutti abbiamo avuto una Olivetti di recupero. Qui si comincia così" dice sospirando con quell'aria notarile e curiale "Ma vedrai. Con il tempo tutto migliora".
Chissà, ho come il sospetto che non sia l'elettricista. La conferma arriva dal caporedattore che s'intromette nel dialogo: "Sal, questo è il nostro vicedirettore, Aleardo Putti. Aleardo, questo è Kentucky, il nuovo acquisto" dice con un buffetto sull'unica mia spalla che Putti lascia libera. Finalmente ho capito. Mi alzo e gli stringo la mano. E' asciutta, calda. E' com'è Putti. Asciutto, idrorepellente, tutto gli scivola addosso e scompare senza lasciare apparente traccia. La Vanni lo tartassa senza pietà e lui esce dalle riunioni cantando. Come un ufficiale inglese prigioniero dei giapponesi. Medita davanti alla finestra. E nei momenti peggiori si sfila un cardigan scuro da ufficio, si mette la giacca sulle spalle e va a gironzolare nel supermarket interno alla Mondadori.
Certo Aleardo non è un uomo da battaglie, ma qui l'aria è di calma piatta. Aleardo ha una sua specialità. Il lento passaggio dei pezzi. Quello cioè che noi facciamo con una rapidità sorprendente per toglierci dai piedi quello che gli altri scrivono male e dobbiamo rifare al meglio, lui può passarci anche una mattina. Se ne sta là alla sua macchina, le immense finestre affacciate sui prati, lui con il compassato ticchettio della sua macchina, le pennellate di sbiancante, la penna per rimettere tutte le parole a posto.
Un mercoledì, inaspettatamente, arriva il momento del primo pezzo da scrivere. Stupore. Soprattutto mio. E un certo sollievo. Sempre mio, perché chi scrive non è tenuto a fare "cucina", almeno fino a quando il pezzo non è completato. E' una prassi. Quasi che chi compone debba essere libero da ogni pensiero. Così libero che ci sono almeno un paio di colleghe, molto anziane, limite della pensione, che per scrivere stanno a casa. Cioè, non vengono mai. I primi tempi ero convinto, che data l'età, usassero verso di loro un trattamento di favore. Poi ho capito che era così per tutti. Dunque, vedo Aleardo uscire dall'ufficio del direttore e camminare svelto verso la mia scrivania. Tiene in mano dei fogli, delle fotografie, un impaginato.
"Sal, questa volta tocca a te!" dice come se avesse saputo che ho vinto il Nobel.
"Bene" mi limito a dire. Qui ho capito che non si deve mai andare oltre la soglia di una moderata contentezza. Tanto è inutile. Aleardo mi piazza sulla scrivania un foglio di plastica di quelli che contengono le diapositive.
"Sono stupende" dice allungandomi una lente da grafico "Guardane una". Le guardo, ma non si capisce molto. Mento:
"In effetti sembrano interessanti. Di che cosa si tratta?".
Putti muove il suo collo, pensa, accenna a parlare e poi si ferma, come quelli che fanno un gesto mimico prima di aprire la bocca, lui lo fa scuotendo il plafond di plastica e poi alla fine dice:
"Credo si tratti di un eccezionale avvenimento sportivo. Non me ne intendo, ma tu che hai fatto il cronista dello sport dovresti saperne di più. E? proprio per questo che ti affido il servizio. E' una faccenda delicata, ma se tu sai muoverti bene, vedrai che ne esce un ottimo lavoro".
Guardo Putti che mi sta a fianco con le sue diapositive in mano. Ha un mezzo sorriso, fa sì con la testa, la camicia azzurra è proprio ben stirata. Posa le foto sul mio tavolo, è fatta. E' contento, mi dà qualche consiglio:
"Devi scrivere questo pezzo così. Deve essere ben amalgamato". Non capisco nulla, ma annuisco. Putti mi spiega come vuole che sia con una specie di mimica. Per me è una novità, non ho mai visto un vicedirettore che si esprime a gesti. Capirò poi che questo è il Putti classico. Lui mi dà la cosiddetta dritta tenendo le mani a mezza altezza, con le dita socchiuse, muovendole a conca come se disegnasse nell'aria una specie di sfera, di palla, di rotondità. Fammi un pezzo così, dice. Come? Così, spiega con le sue mani ben curate che ruotano, la palla nell'aria, il gesto che nessuno ha mai interpretato davvero.
Putti è come le sue mani. Lui naviga nelle tempeste di un direttore capriccioso e volitivo. Non è un guerriero, non va all'assalto di nulla, è un capitano di lungo corso che aggira le balene per non sbatterci dentro. La Vanni d'altra parte è un po' come una balena. Anche fisicamente. Veste sempre di nero, gonne lunghe, muove i suoi piccoli passi scivolando sulla moquette grigia di Segrate.
La Vanni è una potenza nell'azienda. Il suo Grazia è la seconda corazzata del gruppo. Stilisti, case di cosmetici, grandi società commerciali investono decine di miliardi l'anno in quel giornale.
La Vanni balena guida la corazzata secondo simpatie, interessi, amicizie del tutto personali. Ma lo fa così bene che è una donna intoccabile. E anche quando il giornale accusa perdite gravi nelle vendite, nessuno, nemmeno l'amministratore delegato in persona, muove critiche. Lei fa, disfa e decide. Se le vendite vanno male, i buchi sono coperti da montagne di pubblicità. Ci sono donne che dirigono altri periodici femminili cacciate dal loro posto per avere perso qualche migliaio di copie.
La Vanni è una regina anche per gli stilisti. Giorgio Armani non uscirebbe mai dal suo studio per rendere omaggio a qualcuno. E' da lui che si va, se si appartiene al giro di "eletti", non il contrario. Ebbene il primo Natale che sono a Grazia vedo arrivare Armani dal fondo della redazione. Passa con la sua giacca nera omonima, ignora gli inchini delle colleghe della moda che si prostrano linguate a terra e va diritto verso l'ufficio del direttore. Armani è qui per fare gli auguri alla Vanni. Altrochè balle. E lei sorride. Ma solo quando c'è Armani, quando si parla di Krizia e quando ci sono le grandi sfilate di Milano.
Se la Vanni sbaglia un numero del giornale la colpa è degli altri. Del direttore generale, dei pubblicitari, del marketing, dei grafici, delle segretarie, dei giornalisti e, ovviamente, di Putti. Il quale incassa, come un pugile pagato per difendere il titolo di un altro. Lui esce dall'ufficio del "tavolo rotondo", una specie di sala riunioni, con la bocca chiusa, il collo in movimento, la faccia scura. Si capisce subito che là dentro c'è stata tempesta, un uragano silenzioso perché la Vanni non alza mai la voce. Putti torna al suo posto come uno scolaro diligente che deve sopportare il peso di una maestra irascibile. S'infila la giacca, guarda che i polsini siano in ordine, siede davanti alla sua macchina da scrivere e come se il tempo, i fulmini, i tuoni non ci fossero stati, come se di là si fossero scolati una bottiglia di gin e fumato un sigaro, lui, l'ineffabile dice: "Bene, allora cominciamo?. Solo questo. Non si sa a chi lo dica. La frase è sussurrata, detta con calma, senza guardarsi intorno. Putti la dice a se stesso, forse.
Sta di fatto che non mostra alcun segno d'ira, di nervoso, di rabbia. Se potesse prenderebbe la Vanni e la farebbe a pezzi. Ma lì non si vede. Nel breve tragitto che separa l'ufficio del direttore dalla sua postazione riesce ad ingoiare il rospo, a sbollire l'ira e a ritrovare il suo immutabile aspetto. Lo chiamano Lou Grant, come il giornalista dei telefilm americani. Gli assomiglia fisicamente, ma Putti è un siciliano, un uomo d'onore, introverso, schivo. E' soprattutto un uomo buono, perciò soffre. E per questo la Vanni lo tritura come una granita alla menta.
Putti è anche famoso per i suoi acquisti. Compito del vicedirettore e dei capi redattore è di acquistare, possibilmente andandoci piano, fotografie e articoli già composti dalle grandi agenzie specializzate. Una buona parte dei settimanali femminili e del pettegolezzo compra infatti interi servizi fotografici, compresi gli scoop, già confezionati. E lo scoop è tanto maggiore quanto è più alto il prezzo.
Se un giornale spende dieci milioni per una foto può averne l'esclusiva, altrimenti se la vuole pubblicare ad una cifra inferiore, deve accontentarsi di dividerla con tutti gli altri, concorrenza compresa. Ora, in questo Putti è davvero un maestro. Lui acquista tutto, qualunque servizio gli propongano i venditori delle agenzie. Compra e mette in un cassetto. Accumula montagne di foto inutili, vedute del Polo Nord, fiori che sbocciano, alci in calore, marmotte del Canada, grattacieli dipinti a mano, campionati di auto elettriche, pitture sui muri di New York. E' probabile che nemmeno lui sappia che cosa gli rifilano quei succhia soldi, ma poco importa.
Aleardo, che ha una maniacale predilezione per natura e paesaggi, dà un'occhiata, osserva in trasparenza le diapositive e le nasconde nel segreto del suo armadio. Il che significa che possono restare lì anche due o tre mesi. Ogni tanto, a seconda delle stagioni, in genere hanno la meglio l'autunno e la primavera, tira fuori dieci fotografie sul letargo degli orsi canadesi.
O, come nel mio caso, su quello che mi è parso di capire essere un freeclimber, uno cioè che scala le montagne con le mani. Mi è parso, ma non ne ho nessuna certezza. Anzi, potrebbe anche essere un cercatore indiano di perle marine.
Putti mi ha lasciato una sola fotografia: "Basati su quella" mi ha detto "E poi fai qualche ricerca al centro documentazione. Insomma, metti tutti i condimenti al posto giusto".
Se giro la fotografia per orizzontale quell'individuo in costume da bagno potrebbe anche essere un pescatore accovacciato su una roccia dell'Oceano Indiano. Non ho punti di riferimento, indicazioni, una qualsiasi informazione dalla quale partire. Guardo meglio la foto nell'ingranditore dei grafici. L'uomo è effettivamente uno scalatore, ma si vede solo a metà. Le mani sono aggrappate non ad un chiodo fisso, ma ad una sporgenza bianca, una specie di mezza luna che prosegue nella parte della fotografia che non si vede. Chissà.
Il capo dei grafici sorride. E' lui che ha mandato il resto delle diapositive a sviluppare. Ne ha impaginati a centinaia di servizi così inutili. In basso, dove l'immagine sfuma, leggo Christophe Dat. Punto.Chi è Christophe Dat? Un freeclimber francese, campione d'Europa, no del mondo, ripreso in un difficile passaggio durante una gara internazionale sulle Alpi francesi. Quella sporgenza bianca a cui si aggrappa è marmo puro. E i piedi che non si vedono appoggiano su un balcone di granito largo mezzo millimetro.
Ci siamo. E' sposato, ha due figli, è ormai vicino ai quaranta ma per nulla al mondo lascerebbe quella presa bianca scolpita dalla natura sulla più terribile delle pareti del pianeta. E visto che ci siamo aggiungo una breve dichiarazione di Dat: "Adoro queste montagne, amo mia moglie, nulla mi eccita più di questa roccia così bianca". Invento tutto. Molto bene. Non ho neanche bisogno di rivolgermi a quei pidocchiosi del centro documentazione che ogni volta che gli chiedi qualcosa sembra che ti facciano un regalo. Il pezzo fila via liscio come l'olio, una fredda mattina d'estate, le Alpi illuminate dal primo sole, e lui, il campione, l'eroe di Francia, il mito della montagna Christophe Dat che, sprezzante di ogni pericolo, stringe tra le dita pezzi di roccia bianca e luminosa come quel cielo azzurro che rischiara una giornata che si preannuncia memorabile e che farà di Christophe lo sportivo dell'anno.
Ora, va detto, che tra le abitudini di Grazia c'è anche quella di poter fingere di essere presenti agli avvenimenti che raccontiamo sul giornale. Come fossimo inviati. Mi resta il dubbio su quella sporgenza bianca, ma siccome non capisco che cosa sia e Christophe nemmeno, chiudo il pezzo con il tramonto rosa e Dat che alza festante il suo trofeo.
Che cosa sia la sporgenza bianca lo capisco molto bene due giorni dopo, quando l'impaginato del giornale è sulla mia scrivania, pronto ad andare in stampa. Guardo le pagine, leggo che ci sia la mia firma, sollevo lo sguardo sulle grandi foto. Resto immobile al mio tavolo, appiattisco bene il cartone che tiene insieme le due pagine, osservo i dettagli di quelle immagini ora così evidenti e quasi non riesco a crederci. Dat non sta scalando una vera montagna, in quelle foto che nessuno mi ha fatto vedere, che Putti tiene nascoste nel suo armadio, che i grafici manovrano in gran segreto non ci sono vette e tramonti e nemmeno pareti impervie.
Dat mi appare adesso in tutta la sua triste finzione. Ora che la foto allarga i suoi confini, che il bordo in alto della diapositiva si alza, che quella sporgenza bianca e luccicante che mi era sembrata una roccia completa la sua forma, capisco. Taccio incredulo. Sto fermo e vedo che Dat è aggrappato alla parte inferiore di un gabinetto, al bordo di ceramica di una tazza del cesso, ad un water che ha l'asse rosso sollevato. Che Dat non è sulle pareti delle Alpi, ma su uno spunzone di roccia alto tre metri e non duemila, che gli appigli per quella ignobile farsa non sono misteriosi agglomerati di pietra, ma volgari componenti di un bagno completamente arredato e "inchiodato" ad una parete rocciosa. Dat sta appeso al cesso, ma i piedi, che nell'unica foto che mi aveva dato Putti non vedevo, sono appoggiati al lavandino. E a destra, in un altra immagine, ci sono anche lo sciacquone e un delizioso bidè.
In alto, in una foto ancora diversa che i grafici si sono dilettati ad impaginare con eccezionale gusto estetico e senza trovare nulla da obiettare, c'è una luccicante vasca da bagno. Chiudo subito l'impaginato. Mi sfuggono le piastrelle, i portasciugamani, la doccia e chissà che cos'altro. Non posso però di fare a meno di vedere, in piccolo ma nitido, il nome dell'azienda che produce water e lavandini.
Mi guardo intorno. Cerco una spiegazione. Prendo sottobraccio le pagine e filo verso il tavolo di Putti. Lui le guarda, sorride, è vero quel water è un po' evidente. Una volgare pubblicità spacciata per giornalismo. Ma il servizio resta spettacolare, sì forse anche la marca del bagno è di troppo, forse l'alpinista non è proprio in montagna, forse non è campione del mondo, forse non si chiama Dat, forse la foto è stata scattata nel giardino di casa del padrone dei cessi e poi girata in verticale, ma siamo in un mondo dove una buona ceramica vale più di tutto il resto. "
E va bene caro Sal" mi dice Putti con una mezza torsione di collo "Tu hai scritto un buon pezzo. Hai ragione, tagliamole via queste docce".
Così, il vicedirettore ordina di rimpaginare il servizio. Dat viene tagliato, messo su una guglia del Montebianco, aggiunti altri alpinisti che prima non c'erano. Osservo il lavoro dei grafici, che non sanno che cosa fanno, né chi ha scritto il servizio, né che significato hanno foto e testi. Putti mi appoggia una mano sulla spalla, scuote la testa e va nel suo angolo a guardare il foglio infilato nella macchina da scrivere.
Il mio "A mani nude verso il cielo", titolo di Putti, esce confuso, disordinato con un testo che non corrisponde alle fotografie. In redazione nessuno lo ha notato. Qui non si legge e meno che mai i pezzi degli altri. Meglio così. Dimentico, fino a che un mattino la segretaria mi consegna un pacco, anzi me lo getta sulla scrivania, come suo solito. Lo apro, dentro ci sono una busta e una specie di posacenere a forma di vasca da bagno.
La lettera dice: "Con i complimenti della nostra azienda. Lei signor Kentucky ha vinto il premio giornalistico dell'anno per il miglior articolo sui prodotti da bagno. Accluso alla lettera troverà un oggetto d'arte che simboleggia la nostra attività industriale". Seguono firma e timbro con il marchio della fabbrica che aveva appiccicato Dat con il suo cesso sulla finta parete di montagna. Non può essere vero. A pensarci bene è una palla. Ma sotto sotto, molto sotto, ci credo. Almeno per un po' di giorni.
Un pomeriggio, quando torno dalla mensa trovo due colleghi anche loro nel posto sbagliato al momento sbagliato, che soppesano la mia vasca. Uno mi guarda, meravigliato:
"Ci hanno detto che hai vinto un concorso importante...Queste vasche da bagno in miniatura le danno solo ai giornalisti più affermati dei settimanali femminili".
"Già, sara uno scherzo...".
"Uno scherzo? La ditta dei cessi è stata informata, sanno che ti sei battuto per avere quel servizio sul giornale. Perciò ti premiano. Sei uno che sta dalla loro parte. Guarda, anche il direttore ha ricevuto una lettera che spiega perché hanno scelto proprio te" dice il collega mentre mi mostra una busta.
La osservo bene, è uguale a quella che avevo aperto qualche giorno prima. Stesso timbro, stessa carta intestata, un po' diverso il contenuto. Dice: "Comunichiamo a Lei signor Direttore che il dottor Sal Kentucky ha vinto l'annuale premio giornalistico "A cagher sulle Alpi".
Ci sono cascato mani e piedi. Uno scherzo da caserma. Il clima è questo, ed è la faccia mediocre di questa redazione. Se le nostre sono braccia rubate all'agricoltura la Vanni non deve saperlo.
| inviato da il 19/10/2003 alle 11:37 | |
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19 ottobre 2003
TARLI DI SEGRATE ADDIO
La storia di Sal Kentucky alla Mondadori sta per finire, l'ultimo saluto è per i suoi tarli, anzi per quelli delle piante di plastica.
C'è una nebbia sconsolante quando alle 8,45 di quel mattino d'autunno inoltrato arrivo per l'ultima volta a Segrate. Dal giorno dopo mi avventurerò in un altra storia, dopo quasi dieci anni trascorsi in questa landa milanese. Parcheggio la macchina in un silenzio ovattato e mi avvio verso l'ingresso riservato ai giornalisti. File di alberi, un lungo prato da attraversare, e poi il gigantesco parallelepipedo di cemento e vetro. Ci vuole sempre un po' per arrivare dal posteggio alla redazione. Il tempo di percorrenza però dipende dall'impegno che uno ci mette. E questo è molto variabile. I direttori in trenta secondi sono dentro. Hanno la falcata lunga, la testa eretta, lo sguardo che scruta le vetrate dietro le quali si spera che il presidente dia un'occhiata ogni tanto. I vicedirettori sul sentiero d'asfalto che porta all'ingresso vanno veloci come i direttori, ma meno. Un filo meno. Non contano niente e lo sanno, perciò l'impegno nell'arrivare in redazione è più formale che sostanziale. I capiredattori invece filano come treni. Sembra che le sorti dei giornali dipendano da loro. Con i capiredattori viaggiano sostenuti anche i capiservizio e soprattutto gli art director che nella moda e nei femminili contano più del direttore.
Lo svacco è dai vicecaposervizio in giù, cioè redattori ordinari, grafici, praticanti, redattori con meno di diciotto mesi di anzianità, le cacche insomma. Lì il tempo impiegato a posteggiare l'automobile, chiudere le portiere, raccattare la borsa, camminare, non ha una costante spazio tempo. Se piove si va via veloci, se c'è la nebbia adagio perchè non si sa mai, se c'è il sole piano che fa caldo, se nevica anche dieci minuti che l'aria stamattina è buona come in montagna. Ma la variabilità dipende soprattutto dall'umore, che dieci volte su dieci è pessimo. Così a lenti passi c'è tempo di pensare. Si guarda la grande vetrata d'ingresso, ci si lascia superare dalle gerarchie veloci, si annusa l'aria.
E' quello che faccio anche quel mattino. Appena entro provo ad osservare la redazione di Grazia come il primo giorno, con tutte quelle scrivanie sparse nell'immenso open space che raccoglie una decina di redazioni. Mi soffermo a guardare le mie colleghe, la maggior parte età indefinita, due o tre con i capelli grigi tinti di azzurro come le nonne dei telefilm, la bionda con la crescita bianca, quella leggermente gobba, un paio tanto sorde da non sentire quello che il vice direttore dice nelle riunioni settimanali.
Quando sono arrivato qui il primo giorno non riuscivo bene a capire se il caporedattore fosse donna o uomo. Mi disse "Piacere Anna" e capii. Qui tutto è sempre stato vecchio, Grazia ha compiuto, in quei mesi, cinquant'anni e ne dimostra cento. Guardo la mia scrivania con la vecchia Olivetti, la cassettiera, lo scaffale vuoto, la pianta finta, la sedia girevole con braccioli che mi ero portato da Dolly, da Autoggi, da Topolino e prima ancora da Retequattro. Qui con la sedia si fa così, se si vogliono braccioli e ruote.
Osservo ancora il mio ficus beniamina, che ha alle spalle una storia antica. Quando questo gigantesco palazzo venne costruito da Oscar Niemeyer, Giorgio Mondadori, figlio di Arnoldo, grande promotore della svolta architettonica, scoprì in Giappone una casa editrice che per il suo disegno architettonico era molto simile al palazzo di Segrate. Quello che però attirò il suo interesse erano delle gigantesche piante che ogni redattore aveva vicino alla sua scrivania. Piante imponenti finte, ma non di plastica. Una sorta di ibrido, un incrocio abnorme tra il tronco di autentico legno, con nodi e corteccia vera, e i rami e le foglie di plastica.
Quando Mondadori tornò in Italia ordinò per la nuova sede, prossima all'inaugurazione, migliaia di quei ficus giapponesi. I fusti arrivarono dal Sol Levante in aereo, gli operai tolsero l'imballo e scoprirono il marchio. Una piccola etichetta diceva: "Made in Italy". L'azienda che aveva incantato il presidente e i giapponesi era a dieci chilometri da Segrate.
I tronchi con le finte piante in pochi anni furono preda di un esercito di tarli. Migliaia di insetti in decine di redazioni s'impossessarono dei preziosi arbusti. Li trovavano secchi e friabili, come piacciono a loro. Scavarono tane nei tronchio principale, dilapidarono un patrimonio, fecero provviste e qualcuno si mangiò anche foglie di plastica. Si riprodussero negli anni secondo una formula matematica fino ad allora sconosciuta, crebbero sani e robusti.
Ci fu un tempo in Mondadori in cui i redattori videro cadere le finte foglie con i tronchi segati a metà e i rami crollati sulle scrivanie. Le piante un tempo alte fino ai neon del soffitto si ridussero a dimensioni di cespugli nani. I gatti, che di notte rimanevano intrappolati nell'impianto di condizionamento e si calavano direttamente sui tavoli dei giornalisti, le usarono per pisciarci sopra.
Con il tarlo nella mia pianta e con la sua gagliarda famiglia ho trascorso tutti gli anni che sono rimasto a Grazia. Li ho sentiti sgranocchiare, riposare al pomeriggio, riprende di buona lena verso sera. Non li ho mai visti. Ma ho sempre pensato che mi abbiano tenuto d'occhio tutti i giorni, senza mostrarsi. Lo hanno fatto per pudore, un entomologo dice che sono riservati e timidi, ma forse sapevano di trovarsi in una posizione molto migliore della mia.
| inviato da il 19/10/2003 alle 11:36 | |
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19 ottobre 2003
L'ARCHITETTO CHE VOLEVA FARE IL GIORNALISTA
Questa storia è ambientata in una città della provincia di Torino, in un giornale locale all'inizio degli anni Novanta dove, dopo gli anni trascorsi alla Mondadori, ho fatto il caposervizio con funzioni di vicedirettore, inviato lì dalla direzione del gruppo dei quotidiani Finegil Espresso La Repubblica proprietari del giornale.
E' uno dei tanti. Tutti i giornali locali hanno decine di collaboratori. Un esercito di gente che spera un giorno di diventare un vero giornalista. Non ci riusciranno mai, e la maggior parte lo sa. Dire "faccio il giornalista" però allevia le fatiche di mestieri e professioni avvolte nel grigiore di una provincia ancora più grigia. Roberto Piccolo è uno dell'esercito degli "aspiranti". Alcuni sono impiegati, altri sportellisti alle poste, insegnanti, agenti delle assicurazioni, cuochi, baristi, parrucchieri che posato il pettine mettono mano alla tastiera. Tutto serve. Un giornale di provincia chiuderebbe in poche ore se non potesse contare sul vigile del fuoco che telefona in redazione quando scoppia un incendio, molla la pompa e scrive.
Roberto Piccolo è un architetto e neanche tanto giovane. Per giovani s'intendono ragazzi di vent'anni che hanno davanti a loro un decennio da buttare al vento. Sempre che abbiano una famiglia che li sostiene economicamente. Piccolo è un autentico testardo di provincia. Ha deciso da bambino che da grande avrebbe fatto il giornalista e non retrocede di un millimetro, anche ora che ha quasi quarant'anni.
Fisicamente Piccolo si presenta bene. Alto, spalle larghe, sorridente, occhio sveglio, stretta di mano asciutta e solida. Sempre pronto per qualunque missione. Scrive come un burocrate del catasto, usa il "dottor" ogni volta che cita il nome di qualcuno, ma è meglio della maggior parte dei collaboratori. In tasca non ha un soldo, veste regolarmente un abito antracite di buon taglio ma consunto e spiegazzato, camicia bianca ombreggiata di grigio sul collo, cravatta regimental lisa sui bordi, scarpe nere allacciate che mostrano sulla suola buchi rattoppati più volte. Visto da lontano però fa la sua figura. Sempre meglio del lattoniere, il cronista di sport che arriva in redazione con la borsa dei ferri appesa al collo. O del tecnico dei telefoni, il critico cinematografico, che porta al giornale gli articoli con la tuta blu dell'azienda.
Si presenta al giornale per la prima volta un mattino di marzo. Fa un freddo terribile. Nel mio sgabuzzino tengo la finestra ben chiusa, ma una lama gelida di aria che soffia su Ivrea direttamente dal Gran Paradiso mi taglia la schiena. Piccolo mi bussa al vetro della porta. So chi è perché collabora saltuariamente da qualche anno, però nessuno ha mai saputo come utilizzarlo. Ora mi è stata affidata una pagina sull'economia locale e ho bisogno di un collaboratore che sia in grado di scrivere qualcosa. Forse Piccolo è l'uomo giusto. Forse.
Lo guardo mentre bussa. Sorride, ben sbarbato, leggermente chino in avanti. Alto e robusto, ha metà fronte coperta dalla parte alta della porta.
"Si accomodi" dico mimando il gesto di aprire la porta.
"Dottore!" dice lui sorridente.
"Piacere" rispondo stringendogli la mano.
"Il piacere è mio dottore!" dice con foga Piccolo facendo scattare i tacchi delle scarpe.
"Guardi, non sono dottore. E non siamo in caserma. Chiamami Sal e diamoci del tu".
Questa faccenda del "dottore" non lo convince:
"Non mi permetterei mai, dottore. Il "lei" va molto bene. E se mi consente mi consideri al suo servizio". Si siede davanti a me. Mi guarda. Ha in mano dei fogli.
"Dunque, Piccolo. Faremo questa pagina sull'economia. Lei sa tutto di questa città, vero? Intendo dire sotto il profilo economico. Aziende, imprenditori, agricoltori. E' un architetto, dunque per dovrebbe essere facile trovare dei contatti".
"Perbacco, dottore! Faccia conto che da oggi abbiamo in mano tutta l'imprenditoria della regione".
"Tutta non mi serve. Mi basta un po'. Purché interessante. L'economia è un argomento balordo, però abbiamo questa pagina e dobbiamo renderla il più possibile gradevole. Con l'associazione degli imprenditori in che rapporti è?".
"Guardi, dottore!". E Piccolo muovendo gli indici della mano destra e sinistra uno verso l'altro mima il gesto che indica grande confidenza. Sorride e scuote la testa.
"Gli agricoltori? Mi sembra gente un po' ostica. Li conosce bene?" insisto.
"Ma dottore! I contadini? Io?". E qui Piccolo fa una pausa. Una sospensione teatrale. Allarga le braccia, il sorriso. Si sporge sul tavolo, pianta una mano sul ripiano di legno, mi guarda fisso e dice: "Le confido un segreto".
"Dica".
"L'agricoltura è una passione per me".
"Molto bene. E dei sindacati che mi dice?". Piccolo si alza, come se stesse per andarsene, si pianta a gambe larghe in mezzo allo sgabuzzino ufficio. Si toglie la giacca. Tira fuori un taccuino non so da dove e me lo mostra da lontano. C'è qualcosa di scarabocchiato.
"Lei mi offende, dottore".
"Non me ne voglia".
"I sindacati? Mi ha chiesto come sono messo con i sindacati? Ho sentito bene, dottore?".
Annuisco.
Lui agita il taccuino avanti e indietro, lo indica con un dito e sussurra: "Sa che cosa c'è qui?". No, che non lo so. "Qui c'è un intervista in esclusiva con il segretario della Cgil. La sto portando ad un altro giornale con il quale collaboro. Se vuole la cedo a lei. Solo a lei, dottore!".
Non voglio la sua intervista. "Guardi, Piccolo niente articoli. Solo piccole informazioni. Ma ne voglio tante e tutti i giorni".
Capisco subito che Piccolo imita il cronista d'assalto. In realtà, come scoprirò ben presto, lui non ha rapporti con nessuno in città, fatica a farsi ricevere e ottenere informazioni già riciclate da altri, usa nello scrivere un linguaggio contorto e non ha mai uno straccio di notizia decente. A casa non si fa trovare, promette di passare in redazione e non lo vedo per giorni, ha sempre una buona scusa per tutto. Ma questa sua capacità di mentire, di spacciarsi per quello che non è, di vendere fumo a quintali, di avere quell'aria da bravo ragazzo di buona famiglia di provincia caduta in momentanea disgrazia me lo rende straordinariamente gradevole. E' un simpatico per natura. E' un Piccolo di grande classe.
Un mattino di primavera, con la neve ancora sulle colline, lo trovo nel cortile del giornale, appoggiato ad un muro basso. Lo cercavo da giorni, come al solito, inutilmente. E' senza cappotto, non ho mai capito se per scelta o per necessità, e sta chino sul muro. Scrive. Passo oltre, ma lui mi ha già visto da lontano:
"Dottore! Ha sentito che aria di primavera!" dice posando carta e penna. Mi viene incontro, con il sorriso di quello che vede tutto rosa. Non ho voglia di rimproverarlo, dirgli che da giorni aspetto notizie, che l'ultima volta aveva ricicciato tre righe già scritte un mese prima. Non ho voglia. Si arrangi. Ma lui è all'attacco:
"Sa che cosa facevo qui?"
Mi fermo e gli guardo i fogli.
"Cattivo umore, eh?" mi dice dandomi la solita asciutta stretta di mano.
"Allora, che faceva qui Piccolo?"
"Un pezzo per lei, dottore. L'ho scritto a macchina, ma pensavo di dargli ancora qualche ritocco proprio stamattina. Tre cartelle. Contento?".
"Sono due settimane che aspetto queste tre cartelle, Piccolo. Non sarà in ritardo con il suo ritocco?".
E qui Piccolo dà il meglio di sè. E' unico. Un personaggio, un attore. Drammatico, comico, sbruffone. Sa di raccontare balle, ma lo fa così bene che non ascoltarlo sarebbe un peccato.
"Dunque, Piccolo?".
"Dottore, non sa che cosa mi è successo" dice abbassando gli occhi, facendo la faccia triste, cambiando tono di voce. Adulto e bambino. Questa del "che cosa mi è successo" Piccolo la ripete sempre. Salvo qualche variazione, più dettata da ragioni metereologiche, pioggia, neve o vento, che da episodi inventati fatti passare per reali. E' un grande attore, ma il suo copione, come le notizie che porta, è sempre lo stesso. Ha un canovaccio, su quello costruisce le varianti. Quel giorno di primavera però non sapevo dove volesse arrivare.
"Mi è successo un fatto incredibile. Se vuole glielo racconto mentre l'accompagno in ufficio, così ci scaldiamo un po'. Vuole, dottore?". Mi sospinge verso la porta d'ingresso. La apre, la tiene con il piede, mi tocca il braccio, si para davanti: "Prego dottore, dopo di lei!".
Saliamo, entriamo nel mio sgabuzzino, mi toglie il cappotto, mi sistema la sedia. Mi guarda. Aspetta che mi sieda e mi racconta una storia drammatica alla Dickens. In mezzo al torrente di parole, pronunciate con il tono grave di chi ha dovuto affrontare eccezionali eventi, di chi ha subito ingiustizie enormi, di chi è stato segnato dalla sorte malvagia, capisco che è una questione di soldi. Piccolo non ha una lira in tasca, non il becco di un quattrino, neanche cinque mila lire da mettere in benzina per riportare la macchina a casa. Che è una Bmw 520, vecchia di dieci anni, una specie di rottame vagante e rumoroso, che Piccolo guida con molta dignità e nel baule della quale tiene pane tagliato a fette e mortadella che mangia all'ora di pranzo, in piedi, nel parcheggio davanti alla redazione. Insomma, è a pezzi. Ma nella sua grandezza non è venuto a chiedere soldi a me, ma al giornale.
"Dottore, mi vergogno a dirlo. Ma se non muovo la macchina da lì mi danno la multa e se non ho una lira come faccio a pagare multa e benzina? Mi creda, mi sento a disagio. Ma lei è una persona sensibile, sono sicuro che mi capisce"..
Sto per commuovermi.
"Che devo fare, Piccolo?" dico guardando quella sua faccia che ha già ripreso colore.
"Grazie, dottore! Grazie! Posso suggerirle un rimedio?"
Sorrido. Non sono io che ho bisogno di un rimedio. E lui va avanti:
"Guardi, avrei pensato che si potrebbe chiamare l'amministrazione e chiedere a loro se possono darmi un anticipo sul mio compenso del prossimo mese. Si può?".
Eravamo a marzo appena iniziato e Piccolo doveva avere già intascato il suo magro stipendio, 200 mila lire nette. Ora chiedeva un anticipo su quello di aprile.
"Quanto vuole?".
"Se possibile, 190 mila lire, dottore".
"Cioè tutto il compenso di aprile".
"Quasi".
Già, quasi. Chiamo l'amministrazione e ottengo l'anticipo. Piccolo è al settimo cielo, mi ringrazia dandomi una pacca sulle spalle, sorride, tocca il cielo con un dito. Se non è alla fame poco ci manca. Avrebbe potuto fare l'architetto, si ostina a fingersi giornalista. Per 190 mila lire.
"Vedrà, dottore non accadrà più. E' un caso eccezionale. Circostanze avverse, cattivi consiglieri, un momento difficile. Passerà".
"Mi porti delle notizie".
"Domani. Tre pezzi le bastano? Cinque? Ho in macchina tutto il necessario".
Guardo Piccolo che se ne va dal giornale con i suoi soldi in tasca. Il giorno dopo non vedrò nessun pezzo e nemmeno nelle successive tre settimane. In sei mesi Piccolo chiederà altri sei anticipi arrivando a metà anno con lo stipendio già pagato per l'altra metà. Ciononostante non avrà mai una lira. Con il vecchio Bmw smarmittato, la mortadella nel baule, i pochi articoli avvolti nella carta del pane. E il vestito grigio sempre più stazzonato
| inviato da il 19/10/2003 alle 11:35 | |
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19 ottobre 2003
IL VICECAPOSERVIZIO CHE SPUTAVA SULLA TASTIERA
La storia narra un episodio accaduto alla fine degli anni Novanta alla redazione di Voghera del quotidiano La Provincia Pavese, di proprietà del gruppo Finegil Espresso La Repubblica, nel quale ero stato assunto qualche anno prima.
Lo hanno nominato da una settimana vicecaposervizio. Redazione staccata di Voghera del quotidiano La Provincia Pavese, città con qualche migliaio di sonnacchiosi abitanti sparsi nella pianura della Lombardia. Quando entra in redazione il primo giorno del suo incarico ufficiale Ottorino Amilcare volge uno sguardo rapido ai colleghi e si piazza al suo tavolo di comando. Vuole che i collaboratori lo chiamino "vicecaposorevizio". Le nostre balle. Poche parole, sente nelle mani, nella mente, nelle vibrazioni del corpo la responsabilità che lo aspetta.
Certo la natura con lui non è stata generosa. Piccolo, tondo come una palla di cuoio, quasi calvo, quei pochi capelli che gli sono rimasti sono unti e disordinati, occhi piccoli e sfuggenti dietro un paio di lenti sporche, naso adunco, mani tozze, fronte lucida. Indossa una giacca grigio chiara che deve avere conosciuto tempi migliori, calzoni che cadono a fisarmonica sulle scarpe, una camicia, forse bianca, fuori dai calzoni, alone di sudore sotto le ascelle. E canottiera in trasparenza che mette in rilievo l?ampiezza della pancia.
Appena sistemato piazza sulla scrivania la foto della moglie con i due figli. Tanto perché si sappia. La moglie è graziosa, i figli decenti, forse Amilcare ha bevuto una pozione magica e ha subìto un'imprevista scomposizione molecolare. Da principe a rospo. Com'era prima non sappiamo, qui è un rospo. Anche nelle movenze. Salta, pesta i piedi, non ti guarda mai negli occhi. E' un rospo anche nei gesti meno eleganti. Il primo giorno è raffreddato. Tossisce e starnutisce senza pararsi la mano davanti. E passi. Ma quando deve soffiarsi il naso un restringimento prende lo stomaco di tutti. Non ha fazzoletti, non usa carta né stoffa, con un dito chiude una narice e con l'altra soffia. Come i ciclisti in corsa. Solo che lui scracca direttamente sulla tastiera del computer. La sua, per fortuna. Ha piccole manie anche nell'uso del bagno. Quando entra nel cesso tira lo sciacquone prima di utilizzare il servizio. Una specie di misura preventiva. Quando esce invece non compie lo stesso gesto. Apre la finestra e basta. Il punto d'onore del vicecaposervizio sono però i denti. Un po' cariati, ma lavati. Quando torna dall'intervallo s'infila nel solito bagno, tira il solito sciacquone, fa quello che deve fare ma non tutto, apre il rubinetto del lavandino e sfrega vigorosamente la dentatura, avanti e indietro, raschia, sputa e nel finale si esibisce in un grande spettacolo di gargarismi, il cui sonoro arriva fino in fondo alla redazione.
Questo è l'uomo, poi c'è il giornalista Amilcare, identico al primo. Quasi sempre irritato, irascibile, si muove a scatti, parla sovrapponendo le parole, cammina continuamente in redazione impartendo ordini, inventandosi servizi, cambiando opinione tre volte al minuto, incerto, medita ore su quale può essere la notizia del giorno, telefona alla moglie per chiedere consiglio. A Voghera non succede mai nulla. E ogni giorno Amilcare deve riempire cinque pagine di furti, piccole rapine ai pensionati, truffe da mercato, modifiche ai piani regolatori, liti politiche di quartiere. Un grammo di droga in tasca ad un marocchino va in prima pagina. Ma Amilcare ha l'ossessione dello scoop. Lo vuole ad ogni costo. Non importa come, importa che ci sia. Persegue il suo obiettivo con una tenacia sorprendente, si attacca alla più modesta delle notizie per trasformarla in una montagna. E se la notizia è un pallone bucato tanto peggio per gli altri. Lui continua a riempirne pagine intere, trasforma le smentite in atti d'accusa, non sposta di un millimetro la sua posizione iniziale. Anche quando tutto è palesemente contro di lui e contro le sue notizie gonfiate. E così ogni cronista di Voghera deve dimostrare sul giornale che Amilcare ha ragione e per farlo deve cambiare percorso nelle inchieste, modificare la sostanza degli avvenimenti, adattare i fatti alla tesi originaria del vicecaposervizio.
E' una tarda mattinata di primavera quando arrivo e trovo il fotografo con un pezzo di mattone in mano. La sua attendibilità è piuttosto variabile. E' pagato a foto pubblicata. Dunque, può fare scatti su qualunque oggetto e in qualsiasi momento. Dipende dal compenso del mese. Quel giorno non si accontenta della foto, arriva con il mattone. Le maniche della giacca arrotolate sui gomiti Amilcare è già al telefono. Parla con la redazione centrale, fibrillazione in crescita. Tiene il tono della voce alto, sgambetta, agita le mani. Quel mattone posato sul tavolo è lo scoop dell?anno.
"Ti dico che crolla il duomo!" urla a chi sta dall'altra parte del filo. La telefonata dura poco. Prende in mano il coccio, osserva la chiesa che si vede dalle finestre della redazione, fa un piccolo salto e si riattacca al telefono. "Guarda che va giù!". Riattacca, richiama e vuol parlare con il direttore. Il duomo è sempre lì. Da qualche secolo. Fatto e rifatto, non è un'opera d'arte, ma ai vogheresi piace anche così. Grande silenzio in redazione, Amilcare parla con il capo, lo vedo che mi fa segno di non togliermi la giacca.
Posa la cornetta: "Vai di filato dal parroco. Vogliamo tutta la verità! Il direttore è scatenato!". Ormai il processo d'innesco della miccia è avviato, per nulla al mondo Amilcare farebbe un passo indietro. In mano abbiamo solo un mattone, che assomiglia vagamente al colore di quelli che rivestono la facciata della chiesa, ma nulla più.
Esco, attraverso la piazza sotto folate di vento impetuoso, sento lo sguardo di Amilcare che mi segue. E' lì, in piedi, con la pancia fuori dalla camicia, che guarda. Giro l'angolo e m'infilo in sacrestia. Il monsignore e parroco del duomo è chiuso nel suo ufficio. Sì, effettivamente quel pezzo di muro di pochi centimetri è proprio del duomo. Lo sa anche il suo legittimo proprietario, è un frammento del cornicione che è crollato forse a causa di un piccione con le zampe pesanti o del vento di stamattina. O magari di un ristagno di acqua. Ma la chiesa è solida, stiano tranquilli i cittadini dice il monsignore.
Torno in redazione e Amilcare ha già impostato la pagina. Titolo, crolla il duomo. Gli spiego che è il bordo esterno del cornicione quello che ha sul tavolo, non la colonna portante dell'edificio. "Fantastico!" grida.
Alza il telefono. "Ci siamo. E' confermato, abbiamo in mano un mattone del tetto! Siamo in piena emergenza, va giù tutto!". Via libera dal direttore, Amilcare prepara il piano d'attacco. Si comincia dalla torre campanaria. Torno in chiesa con il fotografo. Il parroco non capisce l'insistenza, ma ha bisogno che si parli della festa che si terrà in chiesa tra due settimane. Perciò ci fa aprire la porta della torre dal sacrestano che mastica un paio d'insulti prima di mostraci la scala che porta in cima al campanile. Più o meno settecento gradini, alti più di cinquanta centimetri l'uno, ricoperti dallo sterco dei piccioni che nidificano all'interno della torre e che impauriti dal nostro ingresso spiccano un maestoso volo dal basso verso l'alto cagando a mitragliata sulle nostre teste. Mi riparo dai colpi infilandomi in un ripostiglio alla base delle scale. Poi comincia la salita. Un'impresa per me, che non arrivo al metro e settanta, e che ho un'apertura di gamba inferiore all'altezza di ciascun gradino. Li faccio tutti, venti minuti, tocco ogni parete, scandaglio ogni buco, osservo anche i più piccoli interstizi, dalle bifore che circondano la torre il vento sembra ancora più forte. Entra ed esce da una parte all'altra modulando fischi di varia intensità. Il campanile è interamente rivestito in cemento, non c'è traccia di pietrisco, di mattoni spezzati, d'incrinature, nulla che faccia pensare ad un crollo o ad una possibile minaccia di caduta. Nulla, zero assoluto. A parte la sporcizia, la cacca dei piccioni e qualche macchia di umidità la torre sembra più sana della faccia pallida di Battaglia.
Quando rientro in redazione spiego nei dettagli l'escursione sui gradini, ma tutto è sistemato. La torre se non crolla oggi lo farà domani, ne parleremo per un mese, ogni giorno un mattone. Le grandi manovre di Amilcare sono già partite.
| inviato da il 19/10/2003 alle 11:32 | |
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