|
1 agosto 2010
Giulio Anselmi, l'Indipendente

Giulio Anselmi è diventato direttore del La Stampa nel luglio del 2005. Un tipo bassotto, espressione statica. In televisione, quando va da Bruno Vespa, inquadrato seduto sulla sua poltrona, mezzo busto, sembra Leonida Breznev alla sfilata del 1° Maggio a Mosca. Sguardo immobile, nessun batter di ciglia, zero sorriso, la bocca si muove per parlare lasciando intatti i muscoli facciali. Quando è entrato per la prima volta in redazione indossava un vestito estivo color crema cioccolato. Brutto, davvero. Eppure pensi che ha diretto giornali a Roma e Milano, condirettore del Corriere della Sera. Ma lì evidentemente non lo vestivano. Così, per un po’ di mesi se ne andato in giro vestito come un bancario a fine carriera. Questo bassotto con i tre bottoni della giacca chiusi. Gli guardi le scarpe e pensi, avrà almeno delle Church, no, mocassini qualunque, anche un po’ piegati nella tomaia. Le suole consumate, come i vecchi cronisti.Di diverso dalla maggior parte della gente è che anche quando te lo trovi di fronte di persona è così. Breznev, un più piccolo però. Forse erano parenti. Anselmi è Breznev anche nello spirito, sembra un sovietico puro e duro. Ma di questo non sono tanto sicuro. Ho conosciuto il primo, non il secondo. Però me lo sono costruito così. Duro è duro, su questo non ci piove. Le riunioni del mattino con capi e capetti e vice capini, sono una tragedia. Anselmi non è avvezzo ai giri di parole. Da quando è arrivato al giornale non sono pochi quelli che sono fuggiti. Chi in pensione, chi altrove. Se in una piccola parte di te c’è uno spazio dedicato all’anima (s’intende buona) con Giulio Breznev sei spacciato. Ti martella, di ammazza (lo spirito fino ad oggi, domani boh), ti mette in ginocchio. Dalle riunioni sono usciti piangenti più di un capo, di un inviato, di un notista. Poi vanno a casa e fanno a botte con i figli. O salgono al secondo piano del giornale al bar del leggendario Enzo, e si ingollano una bottiglia di amaro Averna.</p><p>Quando ha letto il discorso d’insediamento all’assemblea dei giornalisti Anselmi ha detto: “Dicono che sono a volte intrattatabile, non è così, so perdonare gli errori, è che non sopporto la sciatteria”. Da lì in poi, giù con la spada. Sciatteria è tutto. Articoli, titoli, fotografie. Anselmi pesta anche su una virgola. Si barcamena bene Anselmi, anche nella fitta e impenetrabile trama dei rapporti con la Fiat. Mostra però una leggera crepa, forte e indipendente di fronte a tutti, piegato a novanta gradi (perchè non saprei immaginarmelo a 180°) come tutti gli altri. Alla Stampa indipendenza e direzione non si sono mai conciliate. Già cent’anni fa.L’indipendenza di Anselmi deve essere andata così. A fine del 2005 Lapo Elkann, il nipote dell’Avvocato, viene trovato semi morto in casa di un travestito, a cento metri dall’ingresso del giornale. Droga, sesso e niente rock and roll per il nipote della Fiat, che è per contro un bravo ragazzo. Alla Stampa è un casino. Quando c’è di mezzo la Mamma mica sono confetti. Anselmi lo sa, ma forte della sua indipendenza spara il povero Lapo sul giornale e senza tanti giri di parole. Un filo meno del Corriere e di Repubblica, ma c’è. Eccome. Con i guanti, vellutato, protetto, ma insomma Lapo con quel travesta è sulla Stampa. Chapeau, Giulio Breznev.Si sa però quanto capricciosa sia la storia di uomini e giornali. Così accade che qualche mese dopo scoppi lo scandalo della Juventus, l’altro pezzo pregiato della famiglia. Se la storia di Lapo era delicata, questo è un terreno minato. La prima intercettazione telefonica di Moggi arriva al giornale nelle stesse ore in cui la ricevono Corriere, Repubblica e Gazzetta dello Sport. E forse anche altri. Alla Stampa Giulio il Duro non c’è. Domenica, comprensibile. Di turno c’è un vicedirettore, Roberto Bellato. L’uomo del guanto. Quando c’è di mezzo la Fiat chiamano lui. E’ l’unico autorizzato a distinguere una mina da un missile, lui sa come infilarsi il guanto protettivo. Quasi sempre, non sempre, ci riesce. In questo caso Bellato juventino di ferro vacilla, tentenna, la sua proverbiale prudenza tocca un limite mai raggiunto prima. Si potrebbe dire, per rimanere in tema sportivo, che la notizia del Moggi Gate resterà la miglior prestazione di sempre di Bellato. La storia della Juve la mettiamo, ma un po’ sotto il tapis. Dice l’accorto Bellato. Così finisce a due colonne nelle pagine dello sport e Moggi non viene mai citato. Il giorno dopo è lo scandalo che piega il bene più prezioso del Paese.John Elkan, che è il fratello serio e noioso di Lapo, juventino ma con molti distinguo, chiama Anselmi. E’ il diluvio. John dice all’uomo più indipendente del giornalismo italiano: bravi stronzi quando è stata ora di mettere mio fratello a tutta pagina sulla Stampa non ci avete pensato un attimo. Ora che c’è la Juve di mezzo fate finta che non sia successo niente. Giù il telefono. Anselmi resta lì con i suoi tre bottoni, la mascella serrata, l’occhio a fessura.Seguono giorni d’inferno, per tutti. Anselmi spedisce lettere a ciascun vertice del giornale, nelle riunioni è una belva, se non rischiasse di rimanere intossicato dalla tintura dei capelli di Bellato si mangerebbe il vicedirettore per intero. Per la Juve è un dramma, la Stampa spara ad altezza d’uomo e fa a pezzi la società bianconera. Anselmi si accanisce come Corriere e Repubblica mai avrebbero pensato di fare. Il mondo dello sport osserva con defrenza il piano di demolizione di Anselmi. L’Uomo è davvero l’Indipendente. E forse ci crede anche lui.
|
|
|
|
|
|