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Giulio Anselmi, l'Indipendente
Giulio Anselmi è diventato direttore del La Stampa nel luglio del
2005. Un tipo bassotto, espressione statica. In televisione, quando va
da Bruno Vespa, inquadrato seduto sulla sua poltrona, mezzo busto,
sembra Leonida Breznev alla sfilata del 1° Maggio a Mosca. Sguardo
immobile, nessun batter di ciglia, zero sorriso, la bocca si muove per
parlare lasciando intatti i muscoli facciali. Quando è entrato per la
prima volta in redazione indossava un vestito estivo color crema
cioccolato. Brutto, davvero. Eppure pensi che ha diretto giornali a Roma
e Milano, condirettore del Corriere della Sera. Ma lì evidentemente non
lo vestivano. Così, per un po’ di mesi se ne andato in giro vestito
come un bancario a fine carriera. Questo bassotto con i tre bottoni
della giacca chiusi. Gli guardi le scarpe e pensi, avrà almeno delle
Church, no, mocassini qualunque, anche un po’ piegati nella tomaia. Le
suole consumate, come i vecchi cronisti.
Di diverso dalla maggior parte della gente è che anche quando te lo
trovi di fronte di persona è così. Breznev, un più piccolo però. Forse
erano parenti. Anselmi è Breznev anche nello spirito, sembra un
sovietico puro e duro. Ma di questo non sono tanto sicuro. Ho conosciuto
il primo, non il secondo. Però me lo sono costruito così. Duro è duro,
su questo non ci piove. Le riunioni del mattino con capi e capetti e
vice capini, sono una tragedia. Anselmi non è avvezzo ai giri di parole.
Da quando è arrivato al giornale non sono pochi quelli che sono
fuggiti. Chi in pensione, chi altrove. Se in una piccola parte di te c’è
uno spazio dedicato all’anima (s’intende buona) con Giulio Breznev sei
spacciato. Ti martella, di ammazza (lo spirito fino ad oggi, domani
boh), ti mette in ginocchio. Dalle riunioni sono usciti piangenti più di
un capo, di un inviato, di un notista. Poi vanno a casa e fanno a botte
con i figli. O salgono al secondo piano del giornale al bar del
leggendario Enzo, e si ingollano una bottiglia di amaro Averna.</p>
<p>Quando ha letto il discorso d’insediamento all’assemblea dei
giornalisti Anselmi ha detto: “Dicono che sono a volte intrattatabile,
non è così, so perdonare gli errori, è che non sopporto la sciatteria”.
Da lì in poi, giù con la spada. Sciatteria è tutto. Articoli, titoli,
fotografie. Anselmi pesta anche su una virgola. Si barcamena bene
Anselmi, anche nella fitta e impenetrabile trama dei rapporti con la
Fiat. Mostra però una leggera crepa, forte e indipendente di fronte a
tutti, piegato a novanta gradi (perchè non saprei immaginarmelo a 180°)
come tutti gli altri. Alla Stampa indipendenza e direzione non si sono
mai conciliate. Già cent’anni fa.
L’indipendenza di Anselmi deve essere andata così. A fine del 2005
Lapo Elkann, il nipote dell’Avvocato, viene trovato semi morto in casa
di un travestito, a cento metri dall’ingresso del giornale. Droga, sesso
e niente rock and roll per il nipote della Fiat, che è per contro un
bravo ragazzo. Alla Stampa è un casino. Quando c’è di mezzo la Mamma
mica sono confetti. Anselmi lo sa, ma forte della sua indipendenza spara
il povero Lapo sul giornale e senza tanti giri di parole. Un filo meno
del Corriere e di Repubblica, ma c’è. Eccome. Con i guanti, vellutato,
protetto, ma insomma Lapo con quel travesta è sulla Stampa. Chapeau,
Giulio Breznev.
Si sa però quanto capricciosa sia la storia di uomini e giornali.
Così accade che qualche mese dopo scoppi lo scandalo della Juventus,
l’altro pezzo pregiato della famiglia. Se la storia di Lapo era
delicata, questo è un terreno minato. La prima intercettazione
telefonica di Moggi arriva al giornale nelle stesse ore in cui la
ricevono Corriere, Repubblica e Gazzetta dello Sport. E forse anche
altri. Alla Stampa Giulio il Duro non c’è. Domenica, comprensibile. Di
turno c’è un vicedirettore, Roberto Bellato. L’uomo del guanto. Quando
c’è di mezzo la Fiat chiamano lui. E’ l’unico autorizzato a distinguere
una mina da un missile, lui sa come infilarsi il guanto protettivo.
Quasi sempre, non sempre, ci riesce. In questo caso Bellato juventino di
ferro vacilla, tentenna, la sua proverbiale prudenza tocca un limite
mai raggiunto prima. Si potrebbe dire, per rimanere in tema sportivo,
che la notizia del Moggi Gate resterà la miglior prestazione di sempre
di Bellato. La storia della Juve la mettiamo, ma un po’ sotto il tapis.
Dice l’accorto Bellato. Così finisce a due colonne nelle pagine dello
sport e Moggi non viene mai citato. Il giorno dopo è lo scandalo che
piega il bene più prezioso del Paese.
John Elkan, che è il fratello serio e noioso di Lapo, juventino ma
con molti distinguo, chiama Anselmi. E’ il diluvio. John dice all’uomo
più indipendente del giornalismo italiano: bravi stronzi quando è stata
ora di mettere mio fratello a tutta pagina sulla Stampa non ci avete
pensato un attimo. Ora che c’è la Juve di mezzo fate finta che non sia
successo niente. Giù il telefono. Anselmi resta lì con i suoi tre
bottoni, la mascella serrata, l’occhio a fessura.
Seguono giorni d’inferno, per tutti. Anselmi spedisce lettere a
ciascun vertice del giornale, nelle riunioni è una belva, se non
rischiasse di rimanere intossicato dalla tintura dei capelli di Bellato
si mangerebbe il vicedirettore per intero. Per la Juve è un dramma, la
Stampa spara ad altezza d’uomo e fa a pezzi la società bianconera.
Anselmi si accanisce come Corriere e Repubblica mai avrebbero pensato di
fare. Il mondo dello sport osserva con defrenza il piano di demolizione
di Anselmi. L’Uomo è davvero l’Indipendente. E forse ci crede anche
lui.
Pubblicato il 1/8/2010 alle 16.45 nella rubrica Diario.
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